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venerdì 31 agosto 2012

"Vara: xé gìa".

Vara: xé gía.


Novella ne la guera de Clugia di Giancarlo Varagnolo.



La scena: piazza di mercato com palchetto, a lato.

Musica ä ballo”. Personaggi giá in scena, immobilitá (“quadro”)fino apertura totale sipario.

1^

Comare 1= Misembra che lar oba oggi va a costar di piú.

Comare 2= Son tutti mariuoli codesti venditori!

C! = Uma pezza di panno la costa come du’ libbre di carne.

C2 = Poffa’, e la farina che l’é piú cruschello che fiore.

C1 = L’á bem da dir!

C3 = Oi, madonne, vedeste lo stallo del sale?

C2 = Ora che ci penso ... nol vidi.

C1 + L’é due dia che falta. Messer Nicia, che n’é del saltaio?

Messer Nicia = Non va esser facile che l’arrivi. No ‘l save, donne, che Venegie l’é presa d’assedio per quei de Pádua eGenoa?

C3 = Oh, la santa Croce! Non istará la guera achí anco ‘!?

Venditore (intromettendosi) = Son beghe de repubbliche da mar: van disputando per lo primato com la Sublime Porta.

MN = Ma, domineiddio, son infingardi saracini!

V = L’ouro e lo argento com la croce o la crescente il valor permane e non muda la fe’.

C2 = Il guadagno é guadagno.

C1 = Col dimonio istesso baratterebbero mercanzia ...

C4 (com 2 polli) Che novitá che istate assí mugugnosi. Son men concitati questi due messeri (mostra i polli)!

Acquaiolo = Acqua della fonte Gordura, toglie la sete e placa la calura! Madonne?!

C4 = Aspettiamo che lo Nostro Signore facci de novo lo meracolo de lê Canne!

C3 = Che vai a dire ...

C1 = Com l’acqua almeno si va sicure che non ci pongano zozzerie; nel vino, eh, messere ...

MN = In vino veritas veritatis veritando ...

2^

Clerico vagante = Messer Nicia, il vostro latino va migliorando!

Studente = Piú vino pi’conosentia.

Gogliardo = Ma miglior é il vino, maggior é la bontade del sapere.

MN = Eccoli qua i nostri studenti.

V = Di che vi posso servire?

A = Bevessero um po’ d’acqua, c’andrebbero meglio ...

G = Lê gentil madonne son di questi paraggi?

S = Son esse bisognose di confortevol conforto?

C1 = Andiamo, son bischeri forestieri.

C4 = Un terzo pollo lo gradirei a disnare!

CV = Gallo, madonna mia cara, gallo non pollo.

C4 = La cresta la vedo bem alta, ma lo ...

C2 = Si vada, si vada.

S = Amor che a nullo amato, amar ...

G = (canta mentre lê comari s’attardano a um banco, sguardi furtivi).

V = É tutto questo che imparate?

CV = Oh no, messere, ma di trivia e di quadrivia, di cotto e di crudo, di caldo e di fresco, di questo e di quello.

MN = Piú t’immischi com loro e peggio é.

S = Siam valenti, siam studenti, lê nostre menti piú possenti com istudiamenti ...

G = Che vedon le mie ancor assonnate pupille (s’avvia al palchetto)!

CV = De’ comici! Che s’inizi bene la giornata.

Vara: 2



V= Giornata?! L’é quase sesta.

S-CV-G = Spettacolo! Spettacolo!

Comico = Chi ci acclama ancor pria di goderci? É la fama nostra giá giunta d’innanzi a noi a pungular l adi voi curiositade e ...

G = Optime, optime (applaudendo)!

S = Bem inizio, da vero istrione.

CV = Che si va raccontando?!

C = Vi apriró il mio cuore (canta accompagnandosi com il liuto, entrano altri comici).

Un passante = Basta com lê pene d’amore, ci si faccia divertir ‘nu poco!

C = (giullarata – commenti a soggetto dal pubblico).

Comici = I fatti degli altri com nostre parole narrati vi abbiam, ahora senza parlare le nostre baravure vi abbaglieran. (giocolieri, saltimbanchi, mangiafuoco ... secondo disponibilitá)

Servo di mercante = (trafelato) Pádua entro in Clugia! Li padovani presero Clugia e tutte le saline!

Gente = (stupore a soggetto)

CV = Come?! Clugia! Presa!! (strattonando SM) Quando? Come? Che sai mai tu?!

SM = Fu ieri; no láltro ieri: tutto il contado esulta!

Che contado, infingardo pitocco! Io de Clugia so’ e mi dolgo.

SM = Discolpa, la gente de Pádua intendea.

S = Devastaron?

CV = Uccisero ...?

C1 = Chi son essi?

MN = Son de Clugia, sono estudiante de l’universitas universitatis. Quegli é figlio di messer Zeno, mercante di sale.

C2 = Lo sale de Clugia ...

SM = Altro non so; ma Venegia é rinserra e non presa, non doma. E com Pádua é Genua.

V = Ora é chiaro: la forza e l’intento ....

MN = L’invidia e la bramosia ...

G = L’onore e la riscossa: si parta, adunque!

3^

(Viene portata uma tavola e due panche, giungono altri studenti: clamore a soggetto; venditori e comari escono di scena, alcuni restano per fare gli avventori della taverna –utilizzando i banchi di vendita.)

S = Vino: é próprio quel che ci vuole. (Ballata del vino.)

Oste = Quando mai il vino non é bem voluto, cercato, bevuto?! (Vedendoli mogi) Pene d’amore!? Uh? Debiti di giuoco ...

G = Clugia é presa.

O = Clugia della laguna, sorella de Veniegia? Si mormora de l’invidia e de l’acribia de’ signori de Pádua.

G = E ora com Genua ....

O = possa: il gato e la volpe ...

S = Il leone non prevarrá!

CV = Clugia cadê ...

S = Fu tradimento ...

CV = De chi ? Perché?? No. Lo sapremo: andremo in Clugia.

G = Si parta.

Ostessa (entra) = Per andar dove? Um posto solazzevole come questo, miei cari, dove mai ...?

G = O coppiera degli dei mortali, lascia che lê nostre lagrime scorrano sui tuoi morbidi colli e monticelli e valli ....

Oa = (allontanondo lê mani di G) Piangi dalle dita, furfantello?

S = Non la pátria, non lê perdute genti, né il dolor d’essi ti smuove adunque da lubriche voglie?

G + Frate, piú che l’onor pote il digiuno ...

CV = Oh, si vada!

Vara: 3



Oa = (canzone goliardica a ballo, alcuni avventori danzano imitando Oa.)

CV = (finita la canzone, alzandosi) Io vo!

G = Si vada. (all’ao) Addio, mia musa, mescitrice d’ambrosia.

S = Clugia, veniam; ci attendi per San Marco e il Leon!

Avventore 1 = Che va a ‘ser tanto sicura de la victoria?

A2 = Che i ciuchi fosse’ boni da far battaglia, non sabia!

A3 = Oh, che l’acqua affoga e l’é salata lassú da voi.

A1 = Che a trar lo sale la si tramuti in vino?!

A2 = La stan salando bem davvero li genovesi ...

CV = Parla come badi!

S = (estraendo um pugnale) Vado a porre la língua tua in salamoia.

G = Ci mettiamo si um po’di sale ‘no tuo podice lardellato.

Ao = Oh, di grazia, ci si comporti da gentilomeni e lê disputande lê si vada a concludere in piazza d’armi co’ padrini. Voi dovete andar a salvar Clugia. Ite! Voi amate discorrere umettando la garganta com vino? Facite! Inter vos.

A3 = A praticar gli studenti ... mi diventa badessa/

(Si affievoliscono le luci, gli studenti preparono i bagagli; resta solo uma tavola + panca, gli altri escon tutti.)

G = (sale sulla panca e canta uma serenata d’addio; notte)

4^

Barcaiolo = Ssssiti che seno i vê sente, semo quase visín al pasagio.

S = Alora non ci vuol molto.

G = Speremo.

B = Si; siti! Tazé.

Armigeri = (canzone fuori scena, man mano che entrano gli studenti si accasciano – utilizzare panche come argini dell’ipotetico fiume) Notte di luna: chi mai sara si bischero da passare?!

A2 (com lanterna) = Luna o non luna, bischeri o non bischeri, siamo bem qui all’adiaccio invece d’essere a letto.

A3 = E che faresti a letto solo, eh?A2 = Chi sarebbe mai a letto solo, o grullo!

A1 (inciampando) = Mannaggia a san Crispino abate! O letamaio di Peretola: vuoi tener ferma codesta lanterna?!

S = Puzzano si, assai.

G = Il fior fiore de’ canaglie della Bassa.

B = Son contadini senza terra né famiglia né dimora.

S = Son zotici servi della gleba fuggiti; pezzenti lazzari.

B = Quando é fame ...

CV = Me li mangio io vivi se hanno fatto del male ai miei!

G = Bello stomaco!

S = E diamoci uma bella pestata, forza!

A3 = Te brombole el corpo, Nervin?

A2 = No, porché?

A1 = Siti!

B = Siti.

S = E zó!

A3 = A ghe qualcun!

G = Pronti? (cenni di assenso) Daghe!

A2 = Anvedili! (scontro a soggetto – sganciamento)

A1 = Al soccorro! All’erta!

S = Di qua pria che n’arrivino altri!

G = Pu (sputa) bravi boni da gnente, cavroni!

CV = Vien via. Allá prossima!

B = Sé tuti mati. (escono tutti – grida fuori scena)

Armigero graduato = (entrando) Di qui son dunque fuggiti?!

A2 (lanterna) = Sì, signore.


A1 = Eran assai e ci prenderon all'improvviso.

Ag = Uomini in armi o borghesi, vilici ...?

A1 = Giovani borghesi, poder 'ser estudianti.

Ag = Póffah, mariuoli dalla pancia piena! Clugia manda ben longe i suoi figli a gozzovigliare nelle universitas.

A1 = Son ricchia assai, per lo sale.

Ag = Lo sale ... Lielo salerà Padua a breve il companatico.

A1 = Venegia non è doma ...

Ag = Se l'Ungaro s'appresta, il leone sarà presto domato; per lo momento è captivo 'na gaiba.

A1 = Occorron ancor navicelle, queste malnate acque e la fanghiglia che vi sostà non permettono l'avvicinarsi né con cavalli né con grosse navi.

Ag = La fame passa sovra tutto e la penuria si porta da sé non con cariaggi.

A1 = Genua pode ser alleata fidata per l'invidia che la rode di Venegia.

Ag = Son mercanti, gli uni e li altri: fan ben i lor mercati. Hora con Padua Genua s'allea ma gli occhi volti ha nei mari d'oriente.

A1 = Gran bella cosa ...

A3 (ritornando dal lato opposto) = Non v'è traccia alcuna. Forse una barca li ha raccolti tutti e van per rivi.

Ag = "Caron dimonio, con occhi di bragia ..." (Sosta, uscita. Aa si portan con sè le panche.)

5ª

Barcaiolo (con pertica mima di portare la barca, canta; albeggia)

S (nascosto) = Manca molto, ché qui nel fondo mi par di aspetar la metamorfosi d'omo in sfógio.

Cv (nascosto) = Volta il volto e vagliati mirar le stelle.

S = Con la pancia in alto la sua vuotezza mi affligge maggiormente, mio astronomico camerata filosofo.

Cv = Potessi io di contra placare la brama di apprender buone novelle.

B = Estote parati. L'alba con le sue dita di rosa pone un velo su li occhi di chi vigilò e non schiude ancor quei che dormirono.

S (alzandosi) = Se Goliardo stava con noi, potevate esser Castore e Polluce de trovadori de la barena. Si potea ben portar colui seco noi.

Cv (alzandosi) = Non necessitaava correr perilia vana, egli non ha alcuno in Clugia.

S = Ma si pote ...

B = Si pote quel che si può e due homeni non si notano, tre fan già gruppo ed è sospetto, quattro, poi, è reato. Andate ora.

S & Cv (in proscenio, saluti, si guardano intorno, uscita) (Campana che suona le ore; entrano le donne : )

Prisca = El posto xé questo, e le sie xé apena sonae. I dovarave essere qua.

Tonia = L'orologio del sior Dondi a va precisin precisin, ma chi naveghe no sa de cossa che a va incontro!

Onorina = No vorave che ghe fusse capitao qualcossa.

T = Lo savaressimo! Ché i bocaloni de bifolchi de Padua no i se fa scampare ocasion per vantarse che i xé i pi' forti.

P = Oh Ssignoresanto! Visto che i gera in salvo, no i podeva stare 'ndove che i gera? Massa grassia, sant'Antonio!

T = Lassa stare chel santo, ché no a xé de i nostri.

O (stupita) = Cossa vuoravela dire? I santi no i xé per tuti i cristiani?!

P = Tasi, fia, che co chela voçeta da canarin i te sente fin a Brondolo.

O = Ma varda che no' se possa gnanca parlare per paura de chei busegatti!

T = Cossì la xé, fantolina.

P = Várali ... I me pare lori.

S (correndo) = Mare!

P (commossa) = Ensemenio!Cossa zestu venuo a fare qua? Se i te ciape e te cope 'sti assasini.

S = Volevimu savere come che stevi ...

O = Piene de fame semo, e de paura.

S = Cossa vai fato? Come ha podesto essere che i venisse fin dentro a la nostra Ciosa?!

T = Cossì la xé sta, cossa vuostu che capimo nualtre done ... I dize che lori gera de pi' e che le galie del dogado no le ha podesto 'rivare in tempo ...

O = Però le sta per arivare, sastu!

P = I dize ...

S = Come "i dize" ? Viele o no viele?! Dovemo fare ...

P = Cossa voravistu fare?

Cv = El nostro dovere de citadini e de omeni de onor.

P = Che sarave de farve 'masare! No se minga solda' vualtri.

Cv = No ghe vorà mondo a imparare ...

T = Sarà ...

S = Mi so za tirare co la balestra mondo ben, siora mare.

O = No ti me lo avevi mai dito.

S = Cossa vuostu che te conta tutto a ti, anche robe da omeni.

O = Oh ció, vardelo, l'omo!

P = Volé finirla?! Pitosto: cossa farè adesso? Se i ve vede e ve ciape e do xé le robe: o fe giuramento de essere dei lori o i ve 'masse.

S = Prima bià che i ne ciapa ...

P = Fai manco el piavolo!

T = Eh, dové stare attenti perchè i x´invelenii: i sa de essare in trapola come i sorzi.

Cv = Adesso che semo qua tanto vale che restemo ...

P = A far cossa? Do panse de pi' da impenire co la penuria che ghe xé.

O = Gnanca pi' gransi se trove da magnare. T = Qualchedun, i m'ha dito, saveu, magne sorzi!

O = Cossa distu?! Me se volte el stomego.

P = Ssst! Chi xé che arive?

S = A me pare un frate.

T = Sí, a xé fra Iginio, quelo che n'ha avisá che venivi qua.

Iginio (trafelato) = Ch'el signore ve benedissa omnes et uniquisque; brava zente deve una mossa! I serenissimi i sta per venir a cimento e 'sti indemoniai i xé pi' vigili e in sospeto che unquam. Scondeve da qualche parte, e ste quieti.

S = Ma, padre, nuialtri voressim ...

P = Tasi e ascolta quelo che el padre t'ha dito!

O = Portemoli a casa, donca.

T = Mi dirave de no: co tute che le petegole che sta in cale ghe vole puoco che ghe sbrissa una parola e cosí tuta Ciosa vien a savere che i xé sconti là.

P = Cossa femio?

I = Andè via de qua, intanto. No tuti insieme, insane mentis! Vualtri do, alle sconte via, vardè de arivare a san piereto, dixeghe che ve mando mi, ma no feve vedare dal nonsolo: a xé un macaco bocalon. E vualtre done restè co mi, e preghemo ch'el Signore Domine nostrum n'agiuda.

(Saluti e abbraccia soggetto. Le donne li guardano allontanarsi. Antifona/canto religioso condotto dal frate.)

P = Oh no, mariassantissima adolorata!

O = I soldai!

T = I ... i li ha ciapai. (Grida, alterco, ordini fuori scena)

I = Benedeto sia il nome del Signore! Bia' che cora là onsinoe i li cope! Che il Signore sia con noi con la sua misericordia. (esce)

O = Andemo anche nualtre, salvemoli.

T = No, che femo peso! Làsaghe fare a fra Iginio, a xé esperto in 'ste cosse, e a xé omo de ciesa.

P = No i ha rispeto de nissun, chei malnati: i xé pezo dei saracini.

Armigero (entrando dal lato opposto) = Vu, no avareste mejo da faser che mantenesene quive a guatar li fatti altrui?! Non tenete una dimora et labura donneschi?! Fora, fora!

T (sottovoce) = Andemo, prima che no a ne salta adosso, 'sto fiolduncan.

6ª

(Entrano gli armati, S e Cv, i "gudici", ultimo I.)

Ax (al cenno del Giudice) = Furono presi nel fare del giorno, armati in contrada Tombola; si dichiaran de Clodia. S'opposero al richiamo, brandendo armi. Feriron un fante ...

Ay = Perchè non li si passò di botto a fil di spada? li si fe' favellare per lo meno?!

Ax = Si dichiararon clerici nati in Clugia ma dimoranti in Bononia dove attendebano agli studiorom. D'altro non sanno a fingon di non sapere.

Gi (scrutandoli) = L'aspetto non è di assoldati, e le mani son di donzelletta. pode ser che dican verdagi, ma questo non allevia la realtà che si mostraron inemici e ..

S = La terra che ci generò chiamaci a difenderla, è nostro dovere e speme. Inemici sí, d'ogni ribaldo che ci opprime!

Ax (strattonandolo) = Taci, pidocchietto malnato!

Ay (ironico) =Latra di gusto e forbito il giovine cagnolo veneto. Vederemo se non guairà all'approssimarsi della scure su la sua garganta alba.

S = Non temo no ...

Ax (lo fa tacere con una piattonata) = Ti strappo la lingua e pendulo tutt'insieme@

Cv = Lacialo! (riceve anche lui colpi)

Ay = Li si porti in riva e la si faccia finita! Due mocciosi han da rubarci così il nostro tempo e la patientia nostra?!!

I = Pietade, misericordia! Fu l'amore e le preoccupazioni per i loro cari che mossero isti due pueri a introdursi nascostamente in Clugia. Non aveano niuna mala intenzione ... scapparon .. sol si difesero ma quando furon presi.

Ax = Frate: ancor ti impicci ...!

Gi = Dunque, voi li conoscete.

I = Sí ... no .. ecco ...

Ay = Parla, per lo teu deo, fra tentenna! (Entra trafelato un armigero messaggero)

Am (vedendo tanta gente si ferma; sguardi d'intelligenza con Gi, che lo fa avvicinare; dialogo bisbigliato concitato, poi:)

Gi (mellifluo) = Son o non sono, essi clerici sedicenti de isto loco?

I = Sí.

Gi = E han essi quivi casa e parenti? Come me lo pode dimostrare, reverendo frate?

Ay = Che è isso? Furon presi con l'arme in pugno, donca li si nechi!

S = Io son Sandro de' Penso, de la contrada de santi Andrea (intona una canzone elegiaca su Chioggia(.

Cv = E eo ...

I = Tacite, tacite!

Ay = Lasciali cantare i due galletti, ci risparmian tempo de li torturare e giungere prima alla lor genìa!

S = Che vorreste dire?

Cv = Vigliacchi, marrani: con le donne e gli inermi sfogate il vostronfiele! Non prevarrete ...(viene malmenato)

I = Pietade e misericordia d''essi!

Ay (accingendosi a sfoderare la spada) = Li fo' tacere ben io, per sempre!

Gi (fermandolo e, a parte ) = Lascia andare; lascia andarew, ti dico.

Ay = Che mai? Non è più legge di guerra?

Gi = Forse ci convien mostrarci magnanimi e timorati di Dio ...(al gesto di stizza-sorpresa di Ay) "del diman non v'è certezza". Brutte nuove il messaggero or ora mi recò: le navi della serenissima sono state avvistate al largo di Pellestrina, e come ben sapete noi non ...

Ay (irritato) = E dunque?

Gi = Un atto di clemenza ci potrebbe tornar utile se ...

Ay = Ma che dite? Non saremo vinti! Abbiamo ancora ...

Gi = Che abbiamo mai? Le sorti si son già decise di fuori, voi forse nol sapete? Qui si giuoca una ultima mossa per onor al dio della guerra. Quali sono qui le nostre forze, le nostre reali possibilità: non ci si muove da quest'isola e siamo allo stremo.

Ay = Ma un cavaliere ...

Gi = La vita è una, e la sorte non è sempre frutto del caso. (aldi AA) Li si conduca alle secrete. Voi frate restate, addiverremo ad un accordo, in nomine deus.

I = Sia fatta la volontà del Signore domine nostro.

(Mentre escono da un lato, dall'altro entra trafelato un A, ma parla quando gli AA, S e Cv sono usciti)

A = Son qui! Son giunti! Son sbarcati alla Marina! Truppe di terra alla Bebe! (reazioni a soggette degli astanti)

Ay = Non ci si arrenda! Resistere, resistere! (esce correndo)

Gi (uscendo calmo) = Preghi padre per le nostre anime, siamo tutti figli di un unico dio salvatore.

I (inizia a benedire mormorando, ma si ferma quando rimane solo e prorompe in :) Alleluja, benedetto sia ...(canta un'antifona, quindi esce continuando l'inno)

7ª

(dal lato opposto entrano disordinatamete AA, fanno per uscire dall'altro lato, ma desistono, ritornano e e ri-ritornano per poi uscire cautamente dal lato d'entrata; dal lato opposto, vocianti di giubilo, entrano i veneziani:)

Capitano de mar = Clugia, diletta sorella, è liberata! Sia gloria a san Marco!

V1 = I nemighi xé in fuga. 'Stavolta Radua se la tenimo ben streta in pugno. E i genovesi ... apena che gavemo tempo ...

V2 = Che si riconosca l'inemigo dal solidale: ste' 'tenti che i soldai no fassa marubio e vermenessi.

V3 (entrando con Cv, S e alcuni prigionieri anziani) = Vardè cossa che ghe gera nele secrete. Solo questi.

Prigioniero= Cola fame che ghe gera, i copeva tuti quei che i ciapeva, noialtri i n'ha tenuo ...

Pr2 = Come ostagi, per i bessi.

Cp = E i do zovani? Me parè in bon stato, vualtri. Come zela?

S = I n'aveva apena ciapao, Capitan.

Ppr (confermano)

Cp = E se' ciosoti?

S & Cv = Ben sí: ciosoti de Ciosa! (entrano le donne e il frate)

Prisca = Sia benedeto el Signore! Vegnì che ve struca, fioi mii!

Onorina = Me vien da pianzare da tanto che su contenta; ma anche spauria: come che i se sbuele! Le cali xé tuto un sbrisso de sangue.

Cp = Sono donca loro congiunte, este femene?

I = Sí, una xé la mare e 'st'altra la sorela.

Cp = E el pare dove xelow

I = Fra puoco el rivarà; A xé un domino de le saline, e stava fuora man de lori, Dio li castiga, per non dover lavorare per i nemighi. A xé uno conosuo, de la consulta çitadina, saveu?!

(entrano altri soldati, balestrieri, civili, Goliardo e studenti - a soggetto, indi canzone finale.)



São Paulo, luglio 2007.

Giancarlo Varagnolo



mercoledì 29 agosto 2012

Secreti segretae.

Secreti segretae.


Giancarlo Varagnolo



Jacopo de Modio : maestro di grammatica aut clerico vagante (ferrarese?).

Cristoforo Tomeo : cittadino chiozzoto.

Zacaria Veniero : armato veneziano.

Tre armigeri genovesi.

La scena rappresenta l'interno di una prigione, porta d'inferriate a destra con tre gradini, tavolaccio a sinistra dove si suppone vi sia una finestrella (spirocolo).



Preludio

La scena [strada!] è fioccamente illuminata, giá all'aprirsi del sipario si odono clamori & clangori.

Scena 1

Cri (vestito da armigero entra trafelato brandendo spada e daga): Assasini senza onore! Malededti!

Massa i zé. E semo circondai. Ma de chei cani genoesi ghe ne vogio un bel fiá prima che i me ciapa a mi! E a st'altri tutti, padoani e ungari, che ghe vegnisse un cancaro, becchi fatti e ditti!

Scena 2

Ven (entra rinculando, curvo, con una assa ciondolante in mano, tiene l'altra mano sulla spalla, é vestito piú propiamente da armato): Ca' de dia: quanti zeli?!

Cri: Chi zestu?

Ven (trasalendo):Zacaria Veniero, venesian.

Cri: Ah, benon, mi su ciosoto, me ciamo Cristoforo. (Clamori e voci in avvicinamento)

Ven: Vara che i riva.

Cri: 'ndemo de qua! (da dove era entrato; si nota che Ven´è ferito)

Scena 3

(Entrano i soldati, almeno uno con balestra, grida a soggetto in genovese, padovano - ungaro?)

Atto.

Scena 4

(Luce meno fioca progressivamente. Imprecazioni e rumori. Cri viene spintonato giú dai gradini, non ha piú la casacca, mani legate dietro la schiena)

Cri: Maledii! Cani!Ve la faremo pagare, cancari!

Jac (levandosi lentamente a sedere sul tavolaccio): Possente Giove! Quale ispecie nuova di gallo m'han messo in cella che all'alba impreca come un domenicano predicatore invece dell'usato chicchirichí? Eppoi: il travaso di bile guasta il sangue.

Cri (scatto di sorpresa, poi con stizza): E vu chi sé? Belo pacifico che dormí co' la çitá che zé drio a vegnir distruta?!

Jac (ridente): Sono stati i vostri stessi a segregarmi non dandomi ...

Cri: Ti zé 'na spia, gaglioffo! (Gli si appresso, ma ha le mani legate)

Jac (ride di gusto, si alza): Non avrei la testa attaccata al collo; voglio dire che me l'avrebbero giá staccata con un bel taglio netto (gesto alla gola). Anche se , a dire il vero, quando fui preso dai Signori di Notte, la mia testa era in empireo per tutto il vino tracannato.

Cri: Ma sé foresto! Cossa fazevi qua?

Jac: Jacopo de Modio, grammatico, per servirla. Peccato che abbia perso la mercede cambiando, suppongo, reggitori.

Cri: Pesso de merda! Can! (fa per buttarglisi addosso)

Jac (fermandolo con una mano al petto): "M {[non riesco a trovare i caratteri greci]}

Cri: Coss'è 'sto latinorum? Cogionistu?!

Jac: É greco; "cantami, o diva, del pelide Achille l'ira funesta... ". Achille, l'eroe greco. La guerra di Troia ... Non continuate ad arabbiarvi, calmateve.

Cri: Seh, calmarse!

Jac: Si potrebbe fare una partita a scacchi. (va verso il tavolaccio)

Cri: No' avaria gnente de megio da fare!

Jac (mostrando una scacchiera): Avendoli si potrebbero manducare lupini o semi di zucca.

Cri: E dopo ... mi no' so ziogare chel ziogo.

Jac: Come, un cavaliere come voi?

Cri: Che cavagliero! mio pare zé un salinante.

Jac: Ricco, adunque; il sal clugiae é esportato ovunque. (Cri non risponde) Bene, ve lo insegno io; tempo non ne manca qui, aspettavo un compagno c'alleviasse il tedio della cattivitá.

Cri: Seh; e secondo ti mi avarave testa da starte drio a quelo che ti me spieghi?! Co' quelo ch'i zé drio a fare la fuora! Valà preti!

Jac: Ma io non sono prete.

Cri: Come no?! Tuti quei che studia no zé sta in seminario e i à tolesto i ordrni?

Jac: Beh, sí; ma io sono solamente chierico.

Cri: E vedistu!

Jac:Va bene, e con questo? Intanto girati.

Cri (sospettoso): Percossa?

Jac (risata): I chierici sodomiti sono dentro i conventi, io sono vagante, va-gan-te e mi piacciono e mi congiungo con le figlie, le nipoti e anche le cugine di Eva. Voltati che ti libero le braccia, oh selvatico. (compie facilmente) Non solo non hanno più catene ma nemmeno corde (mostrando du strisce di stoffa). Meglio cos=i.

Cri (massaggiandosi i polsi): Grasie.

Jac: Siediti che inizia la lezione. Non ho tutti i pezzi, ma intanto, per spiegare le regole del gioco, bastano. Questa è la scacchiera, il campo di battaglia. Qual è lo scopo del gioco?

Cri: Ocupare pi' quadrati che se puole.

Jac: Bravo il mio mercante, ma quella é la variante di un altro gioco; questo, diciamo, è rimasto con le antiche regole della cavalleria: cioé ci deve essere, deve restare un solo re in campo. Una volta, pare, non si combattesse per i soldi, ma per ... uccidersi e basta. Per diletto.

Cri: Ma anca adesso varda che maçelo de zente! No se podaressimo metare d'acordo sensa rovinarse l'un co' l'altro e distruzare tutto, tutto quelo che sá fato co' fadica e suor?

Jac: Vaglielo a dire. E quelli che che predicano "il mio regno non è di questo mondo" benedicono questi lavacri di sangue. Infatti, ecco (mostra), nel gioco degli scacchi ci sono anche due vescovi, due per parte, e sono, quarda casa, quelli che si muovono in diagonale sulla scacchiera, non dritti (segno verticale e orizzontale della mano), ma di sbiego. E, pensa, sono uno al lato del re e l'altro al lato della regina. Cosí. (mette i quattro pezzi)

Cri: La regina cossa ghe entrela? La zé 'na dona ...

Jac: Sei ancora celibe, vero? (Assenso di C.) Beh, ti accorgerai quando avrai moglie chi comanda in casa. Oh, sì, noi pensiamo di aver in mano il potee, ma in fondo, poi, a dirigere sono loro, le donne, le madri, le sorelle, le zie e talora le figlie, e sempre, sempre, le amanti.

Cri: Ecco che salta fuori i frate predicatore!

Jac: Ehi, non dico di astenersi dal giacere con le femmina, anzi! "Melius est enim nubere quam uri."

Sto solo aprendoti gli occhi sulla realtà quotidiana. I dotti, gli eruditi arabi, sí, quei pagani! che hanno salvato e tradotto gli scritti di Aristotele, intendo, quando hanno ideato questo stupendo giuoco che è fra i pochi che non richiedono né destrezza né tanto meno fortuna, bensí solo la potenza dell'intelletto. (C. sbuffa) C'è poco da essere scettici: è qui che si vede il politico, il mercante, l'uomo prevvidente, l'uomo che prima di fare una mossa valuta tutte le possibili mosse di risposta dell'avversario. Altro che i vostri tornei e gare di forza! Bella figura ha fatto la Serenessima ... non sapendo ...

Cri: Cossa varavistu dire, sapienton?! Che el doge zé mona?

Jac: Perché? se uno è grullo glielo si deve ben dire a far capire. E infatti guarda come ultimamente cè un continuo scambio di teste sotto la tiara dogale [?].Che si mettessero in competizione e la rivalità, dovuta a interessi molto materiali, pecuniari, dovesse sfociare in una guerra vera e propria con Genova, beh, era nella natura delle cose, la storia insegna: Atene/Sparta, Roma/Cartagine, Firenze/Pisa ..., ma che non si potesse far nulla per avere non genova ma la Serenissima come alleato l'Ungaro e non si potesse tener boni i Carrara, confinanti, e ....

Cri: Eh cossa?! Zé sta lori che i n'á mastrussiao, i n'á turao a çimento, i n'á ....

Jac: E i Veneziani a Famagosta [?] hanno offerto ambrosia e pane dolce a ...

Cri: I zé stai ben copai tuti che i traditori e ´pergiuri.

Jac: Ma anche se fosse ....

Cri: Se fusse cossa?

Jac: Anche se fosse vera la ragione del risentimento, massacrare gli abitanti e spargere il sale sulla città non v'ha procurato certo alcun vantaggio.

Cri: Eh sí, perché ti cossa averessistu fato?

Jac: Diplomazia: mano di ferro in guanto di velluto.

Cri: Vanto?

Jac: Non sapete cos´è un guanta? E si che c'è l'arte dei vanteri a Venezia. Non avete visto il doge coprirsi con essi le mani benedicenti il mare? Avete presente le moffole, le manipole dei cavalieri? Ebbene immaginatele di velluto o seta, o meglio ancora della sottile pelle del camoscio invece che di metallo, e con tutte le cinque dita ben divise: quasi una nuova pelle. Vanno molto di moda ora presso le dame che, e torniamo alla regina degli scacchi, vogliono copiare abati ed alti prelati nell'indossarli con la risibile scusa di non evitare di rovinarsi le mani nemmeno per prendere in mano un cucchiaio o, libera nos Domine, avere contatti con oggetti o soggetti poco puliti. Se ne fa un gran commercio dal Baltico ove cervi, daini e quant'altri pellemi pregiati non mancano.

Cri: Me sa che i zé cossí fini da impenire una marciliana per 'na çitá intiera.

Jac: Così credo.

Cri: E chissà quanti bessi che i ghe ricave. Se anche nultri ...

Jac: Manca la materia prima. Qua oltre che all'acqua salata, che vi dà dell'ottimo sale, altro non c'è.

Cri: La natura, qua, la zé cossí, cossa avaressimu da fare?

Jac: Beh, per me, proteggervi le spalle.

Cri: Cioé?

Jac: Avere le spalle salvaguardate, riparate, coperte dalla terra, dall'entroterra: non restar un'isola. Un'isola anche isolata.

Cri: E cossa dovaressumu fare, secondo ti?

Jac: Avere piú man libera, piú contatti, piú alleanze, capite?, con la terraferma che vi sta intorno.

Cri: Coi padovani?

Jac: E perché no?

Cri: Galioffo! Come sarave a dire? Co 'sti becchi fatti e ditti! Co 'sti asasini sensa onore!

Jac: Fate quel che volete, voialtri chiozzoti, io oggi sono qui e domani magari nel Katai. Da quel che ho visto e sentito mi è chiaro che Rio Alto ha da tempo deciso di tenervi nelle condizioni appena decenti e quasi sufficienti nelle quali siete per paura che la sopravvanziate e decidiate per vostro conto di allearvi o rendervi vassalli di uno Stato piú ...

Cri: Ma cossa disidtu? Farse liberi, indipendenti? Tradire Venessia?Ma, dime: t'ai messo qua i pavani per farme deventare spergiuro e traditore? Ma mi te copo! (Si alza)

Jac (alzandosi e tenendo la scacchiere in verticale con le due mani, unanglo contro il petto di C.): Puó essere una buona daga la scacchiera. Non cè peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo ...

Scena 5

(Si odono rumori fuori della porta; arrivano soldati sorreggendo V., che lasciano ruzzolare giú dalla gradinata.)

Sol: Mén a bélin.(rinchiude il cancello)

Cri: Veniero! I t'á ciapao anca ti!

Jac: Addio partita a scacchi.

Cri: Contame: come zela là fuora? Ài ciapao tuto? Diseme. (V. biascica)

Jac: Con due chiozzoti qui dentro (avvicinandosi allo spirocolo - finestrella) speriamo si mangi qualcosina di più.

Ven (flebile): Acqua.

Cri (gridando): Acqua, deme del'acqua!

Jac (prendendo una brocca e capovolgendola): Non ne è rimasto neanche un goccio.

Cri: E alora fevela dare, sacranon! Domandeghela a chei bastardi.

Jac: Se sono bastardi ... (si avvia all'inferriata) Ehilà, gente, guardie, messeri!

Sol: Uhé, no rumpi u bélin! (sorpreso) Ma da dove salti fuori tu?

Jac: Magari saltassi fuori! Sono quattro giorni che sono ingabbiato in questo camerotto. dell'acqua per il ferito (bofonchiando S. va) e (grida) del pane, per me.

Cri: Varda come che i lo à ridoto.

Jac: Tamponiamogli almeno le ferite. (prende degli stracci dal pancone)

Cri: Che bestie che i zé, che bestie! Cani!

Jac: E già tanto che non l'abbian pasato a fil di spada.

Cri: Tazi ti!

Jac: Meglio per lui, spero. Ma l'averlo risparmiato è segno che ne hanno già scannati troppo, che ormai la città è perduta. Hanno vinto.

Cri: Tazi!

Jac: "Alfin fui preso, e vinti me ligava / Daspò ligà, quatro da cao a piè / Me portava de peso e mi bragiava."

Sol: Qua l'acqua.

Jac (prendendo la brocca): E il pane?

Sol: Uhé, bélin, ti si propri un massacan.

Jac: Molto obbligato. (porta a C. che fa bere V.)

Scena 6

Cri: Ghe fusse un infirmario ...

Jac: Se non hanno sgozzato i servitores dell'ufficio caritatis di santa Croce ...

Cri: E ti, co tuta la to sapiensa, no ti sa qualche spergiuro ...

Jac (ridendo): Oh sí, ho visto un vostro guaritore ...(imitando) "fermate sangue! serate vena! per chela pena de ch'El meschin che muta l'acqua in vin!".

Cri: Me pare che la sia poprio ...

Jac: Potta! Se bastasse un distico e un segno di croce ... gli gli xenodochi sarebbero tutte taverne!

Cri: Cossa distu? E alora, cossa femonu?

Jac: Observazio, medicamentum, manus operatio. "Tienila pulita e riparata dai nemici tanto esterni quanto interni: in questo modo si guarisce ogni ferita." Paracelso dixit. (esamina denudando, ubi necesse, Ven.)

Cri (imbarazzato per il sangue): Ma no zè che fazemo pezo?

Jac: Laviamo e chiudiamo; non si deve lasciare una ferita aperta e sporca. Se sono tagli guariranno, potendo avere della piantaggine, del balsamo vulnerario ...

Ven (si lamenta): No ghe vedo pi'.

Cri: Cossa zè?

Jac: Avrà preso delle mazzate in testa ...

Cri: Venier, dove te diole?

Ven: Dapertutto. Chei cani ... çento contro uno. Ma quanti zei?

Cri: Se i no' fusse stà cossì mòndo no' i ghe a l'avarave fata a schisarne.

Jac: Beh, un mezzo mondo di sicuro: genovesi, padovani, Luigi I d'Ungheria e Marquato di Randek patriarca di Aquileia, coi Visconti che stanno guardare e i sareceni che hanno già acquolina in bocca.

Cri: Tutta invidia, tuto fiele: ghe bruze che semo pi' megio de lori a farse avante coi comerci!

Jac: Superbia et avaritia venetianorum? E la vostra cupidigia, il vostro voler araffare tutto et in ogni luogo?

Cri: Nuialtri volemo comerciare co' tuti!

Jac: Transit; lascia perdere, dammi un'altra pezzuola; pulita!

Cri: Pulia? Dove trovo 'na strassa nèta? Ma se dopo su la feria ti ghe meti fango e merda de ...

Jac: Ancora a 'ste pratiche da rustici, zotici e ignoranti credete? (sarcastico) "pus bonum et laudabile"! Così la ferita si infetta prima, marcisce e si decompone dipoi. E non sapete ancora distinguere da un decotto di piante officionali di mastro speziale dagli impiastri millantati da un rasore incolto.

Cri: Oh, ti sa tuto ti!

Jac: "Rerum experientia est magister intelligentiae", da come hai guardati il sangue e le ferite, poi, mi sa che è la prima volta che le vedi. Fortuna che sono ferite di lama, s'era un dardo da balestra ...

Cri: Ò visto ...

Jac: Avrai visto l'asticciuola piantata nelle vesti, non lo squarcio nelle carni; il ferro frantuma le ossa, lacera gli organi. I genovesi son piuttosto rinomati come balestrieri

Cri: Ohu, ma zestu uno de lori? Te còpo, mi.

Jac: Vediamo di non far morire questo. La regola è l'osservazione della vita. Repetite iuvant.

Cri: E molighela de parlare in latin.

Jac: Ho detto che ripetere le cose aiuta ... purché uno le capisca, e ascolti. Ipse dixit ... ho appena detto che le cose, i fatti della vita, gli accadimenti, totus et omnia, si devono guardare senza pregiudiziali né morali, né dottrinali, né umorali.

Cri: Né da sapienton.

Jac: La sapienza teorica puó essere anch'essa fallace, la conoscenza pratica segue la regula philosophantim: l'osservazione, l'indagine, la sperimentazione, il riscontro. [tutto il dialogo è detto pulendo e bendando Ven.]

Cri: Intanto l'amalà muore.

Jac: Anche l'errpre porta a conoscenza, per agir diversamente in futuro. Serve ancora acqua.

Cri: Mi so che i ghe pisse anca sora a le ferie.

Jac: Perché anche (beffardo) non defecarci sopra, visto che ci siamo?! "Domine non sum dignus (battendosi il petto), miserere nobis.

Ven: Domini, miserere ...

Cri: Venier!

Ven: Fame confessar.

Cri: Ma custia no' a zè un prete.

Jac: Posso sempre, in un qualche modo, dargli l'assoluzione dei peccati.

Ven: Sí, dame'a, patre.

Jac: Però dovrei sapere quali sono le colpe da perdonare.

Cri: Cossa vostu, savere i fati soi, adesso?

Jac: Bom, e i preti cosa fanno?

Cri: Ma ti no' ti zè un prete.

Jac: Bel modo filisteo di ragionare: per assolvere sono quasi sacerdote, per ascoltare i peccati non lo sono per nulla.

Cri: Daghe una benedission a la bona.

Jac: Come sarebbe "alla bona"? Cos'è: i preti qui sono come i tavernieri che allungano il vino per guadagnare di più? (berciando) Una benedizion da do soldi; a mi un'assoluzione bella da un grosso.

Cri: Eh, che se' sofista.

Jac: No, sono piuttosto epicureo.

Ven: Padre ...

Jac: Va bene; dimmi:" [da trovare la forma latina!] Ti penti di ogni colpa commessa con parole, opere et omissioni? E perdoni ai tuoi debitori ...", genovesi inclusi?

Ven: Ah, chei cancari! (tossisce per lo sforzo iracondo)

Cri: Venier!

Jac: Vedi che il Signore Domine nostro ...[ti toglie la voce]

Scena 7

Arm: Chiou l'è de Cluzza?

Cri: Mi. (a Jac.) Cossa che i vogia? (all'armigero) Percossa?

Arm: Et li atri?

Cri: No, elo zè venesian, e elo a zè foresto.

Arm: Vegne chi e übedisse. I chiozzoti ga de ir töti de una parti.

Cri: E per cossa?

Arm: Uhe, che rumpi u belin! Mescite! Messere Da Carrara ve vê parlari a töti vuiatri. (lo prendono e via)

Jac: Dell'acqua. (porge la brocca)

Arm: Men a belin, cosse ti 'oe? (l'allontana e via serrata grata)

Scena 8

Jac (con la bocca all'imboccatura della brocca = eco): Sagitta vi bruci! Stercorari. (a Ven.) Torniamo a noi.

Ven: Cossa zè sucesso?

Jac: Hanno fatto uscire il chiozzotto. Francesco Da Carrara vuol parlare ai chiozzotti. Abile mossa politica, voglio supporre: concedere l'indulto e magari regalie a chi gli giurerà fedeltà; deve ben avere un appoggio interno alla città se vuole che gli resti vassalla.

Ven: Zaffo!

Jac: Ehilà! Immagino siate mercante, per quanto in arme, anche voi: la merce va al miglior offerente e qui si tratta, poi, alla mercé ...

Ven (flebile, ma udibile): Vette a far buzzarar ti e ...

Jac: "S'i' fosse fuoco, ardereï 'l mondo;/s'i' fosse vento, lo tempesterei;/s'i' fosse acqua, i' l'annegherei;/s'i' fosse Dio, .../S'i' fosse .../torrei le donne giovani e leggiadre:/"; le donne ... (sospiro) Avrete parenti, immagino, liberi in Venegia, intendo. (borbottio di Ven.) Bona! Verrà chiesto il riscatto, le vostre genti pagheranno et brevi sarete libero.

Ven: Venessia zè persa. Che libertà mai gavaremo?

Jac (canta): "O Fortuna, veluet Luna statu variabilis,/semper crescis, aut decrescis, vita detestabilis". Siamo nelle mani di Dio, o del caso, se posso suggerire.

Ven: Ah, Signore Domine ...(si lamenta)

Jac: Messere, più di così non posso fare non avendo con me piante officionali; un po' di centaurea gioverebbe. Sopportate di vostro il dolore, non mi è parso di riscontrare alcuna ferita di punta ...

Ven (biascica): mh.

Jac: e fino ad ora non avendo espettorato sangue, escludo lesioni interne. Che v'abbiano malmenato assai ...[è palese] Ora lasciatevi andare fra le braccia di Morfeo, dormite.

Ven: Meledii.

Jac: Messere, invocare ad altri e su altri ignominia non porta bene poichè ... poichè ben sapete l'exemplum evangelico dell'apostolo Pietro nell'orto dei Gezzemani che tagliò l'orecchia al legionario, e Gesù, riattaccandolo a colui, "chi di spada ferisce, di spada perisce". E le parole son spade, e chi va alla macina s'infarina e chiamar maleaugurio agli altri pu{o essere che un po' ne rimanga attaccato anche al committente. Su: respiri lunghi e profondi, e pregate (preghiere biascicate, in latino - dalla scarsella o corsetto o ... estrae un mazzo di carte) Effe mia, guarda che ho qui, me li ero scordati. Son i trionfi, e vi vo a leggere la fortuna. Ludus de naips, lo conoscete. nevvero? Oh, s'è assopito. (va verso la finestrella mescolando le carte, poi canta guardando "fuori") "De là de l'acqua sta la mia 'morosa e mai vederla posso ..."[sec. XV !] (cessa dopo 1-2 strofe per ascoltare il clamore che va aumenta di fuori)

Ven (si agita e si lamenta): Acqua.

Jac (avvicinadosigli): Stanno spennando i ca´poni: i tuoi "amici" pavani e genuesi.

Ven (flebile): Acqua.

Jac: Mi sa che ci possiamo scordare acqua, pane e tutto il resto: è iniziata ora la baldoria, ius praedatoris. Gratia Dei, qui per il momento siamo al sicuro, molto più al sicuro, protetti da queste mura che ci ingabbiano. (porgendo il mazzo di carte, che Ven. rifiuta con gesto stanco) Bom, basta che le tocchi; e dai, che male ti può fare sapere ... spes ultima dea! Chiediamo, chiedete vero?, di conoscere il seguito di questa Iliade miserrima. Prima carta, primo responso: quali circostanze fa-vo-re-vo-li avete voi hic et nunc? Oh, { ......}



[manca solamente la lettura dei 5 trionfi o tarocchi (il lessema tarocco si ha solo nel XVI sec.), ovviamente noi sappiamo come finisce la guerra di Chioggia, e penso che salveremo anche il ferito Ven. 19ott09 gcarlo, clerico ac scriba]





Oh, L'Empereur, el Emperador; l'Imperatore: Giove, qual simbolo di potere. Ma l'abbiamo pescato rovescio. eh, poteva mica esser dritto ché è lì di fuori a dar mano ai Genovesi! Tirannia dei vincitori, debolezze dei vinti, e qui vi devete prendere, messere, le vostre responsabilità perché, mio caro, com'è che si è arrivati a questo? Chi troppo vuole ..., eh?! Conviene controllare i sentimenti e liberarsi delle passioni, perché qui se fai il galletto, il collo te lo tirano perdavvero. Ehilà! un'altra carta capovolta. La Tour, la Torre: distruzione, perdite, privazioni. Periodo sfortunato e ovviamente, visto il vostro stato, un'operazione chirurgica che si dovrebbe far presto o qui mi muori. (altra carta) Ma dai, guarda un po' te: le Monde, el Mundo: epilogo felice! Pensa a guarire, ché devi capacitarti che è lunica cosa che puoi fare chiuso qui dentro perchè il risultato finale è: (altra carta) la Force, la Fuerza, la Forza interiore, la fiducia, presenza di spirito, volontà e astuzia. Recupero del controllo sulla propria vita e la capacità di trasformare le situazioni difficili in favorevoli. Sii pratico, vitale, forte. Fin qui i naibi han favellato chiaramente:



regnabo, regno, regnavi, sum sine regno - la ruota della fortuna. Non c'è da abbattersi, né sentirsi perduti, né sfiduciati, ben´ì prendere atto della situazione attuale e degli errori commessi. Quale sarà la migliore maniera di procedere? Ecco il consiglio del quinto e ultimo trionfo: le Jugement! el Juicio, il Giudizio; contemplazine-purificazione, entusiasmo e rinnovamento. Dai che ce la fate, messere, che ce la facciamo! Nessun timore e tremore, la conclusione sarà felice, supererete le difficoltà, ma con la valutazione, il giudizio veritiero sul passato; e assolvere i nemici per le offese che vi sono state arrecate. Ludus triumphorum .... Messere ... Messere! (lo tocca, ala fronte; poi all'inferriata) Guardie! Guardie!

(sipario)



GV 2010

Fuochi fatui.

Fuochi fatui.


Azione scenica con guaritori, streghe, esorcisti, soldati e popolo.

del clerico vagantes Gioncarolus Varaghnolus.



[La scena si svolge in piazza di villaggio sul finire del XIV secolo d. C.]

Personaggi: Venditore di candele, Esorcista, Chieico, Uomo ferito, Quattro uomini che lo trasportano, Alcune donne petulanti, Guaritore, 3 guaritrici presunte streghe, Soldati, Nunzio, Cerusico.



Venditore di candale: Candele, candele! Tre soldi il paio! La luce nella notte, il chiarore nel giorno! Candele! La bianca per togliere, la nera per dare! Candele del miglio sebo e cenere; la bianca e la nera! Tre soldi!

Chiericho [avvicinandosi]: Candele nere? Fammi vedere, fammi vedere, venditore!

Venditore: Ecco a voi, padre. La bianca che dà, la nera che toglie!

Chier: Che dà ? Che toglie? Che cosa vuoi dire con questo? Non sarà magia del demonio?

Vend [accomodante]: Ma che demonio, padre, ma che demonio! La candela bianca la si accende per chiedere una grazia, invece la nera per liberarsi da una incombenza, un male ...

Chier [brutalmente inquisitivo]: A chi l'accendi la candela nera? [ne ghermisce una]

Vend [impurito]: Ma a chi si vuole, al santo protettore di chi la compra: san Callisto, sant'Andrea, la Madonna ...

Chier [annusata la candela]: Alla Vergine Maria una candela nera? Ah, villano!

Vend [cercando di fendere la calca di gente-spettatori]: Non sapevo, non so niente. Alla Madonna, no.

Chier [tenta di afferrarlo]: Chiariremo meglio all'Uffizio! Vieni qua! Dammi qui!

Vend [fuggendo]: Non so niente, sono innocente!

Chier: Ah, seminatore di discordia! Vieni qui! Fermati! [quando è già lontano] Fermatelo! Arrestatelo!

Soldati [2, arrivano senza fretta ma gridando assai]: Fateci passare, largo! Lasciate vedere! Chi grida? Che è accaduto? Che fu?

Chier [trafelato]: Aspettavo proprio voi per prendere quell'uomo, un venditore di candele certamente di Satanas!

Soldati [facendosi il segno della croce]: Dove è, padre? Dove è fuggito? Come era di aspetto? Candelaio?

Chier [mostrandola la candela nera]: Sì, vende candele come questa!

Solda : Conviene che si riferisca alll'autorità. Al reverendo esorcista.

Chier [sorpreso]: Vi è un padre esorcista in città? Bene, allora; andiamo. [si dirigono in direzione opposta al cand.]

Solda [davanti al chier, in coppia, poi, salutando, si aprono per far parlare chier. e esor.] Sia lodato il Signore Dio nostro! Padre ...!

Chie: O monsignore, voi qui.

Esor: Oh, padre Nastagio, che piacere rivedermi! Che fate voi di bello qui? Non eravate in quel di Corezzola, in territorio patavino?

Chie: Già fui, ma di questi tempi, sapete ...

Esor: Immagino, immagino: non è cosi salutare essere in terra di confine.

Chie: Sapeste! Per il fatto d' esser nativo della Serenissima, mi si guardava come fossi spia!

Esor: gente ingrata, che prima viene la cura delle anime, e poi le vane cose del mondo. Ma ditemi, com'è l'nimo del povo lì nell'agro? Son essi così bigliosi come i lor governanti?

Chie: Le plebi son sempre le istesse: pensano alla crapula, il resto ... Guadate [porgendo la candela nera], or ora mi è capitato di imbattermi in un servitore di Satanasso che le vendeva, in coppia con la bianca.

Esor: [ispezionandola] Sego e pece, e chissà che altro mai. Son così sfacciati da vendere le male-arti di Lucifero in pubblica via? [rimbrotto] Soldati! Più vigilanza e attenzione! Il Maligno è sempre in agguato.

Chie: Credevo fosse propio del contado le pratiche stregonesche, retaggio pagano!

Esor: Il malgoverno rilascia i buoni costumi, nessuno sembra più attendere alle cose dell'anima.

Non c'è quel timor di Dio di un tempo, adesso l'unica paura viene dall'essere derubati, di perdere le proprie ricchezze materiale!

Esorc: Così è la stolida volontà di pochi che porta morte e rovina ai molti! E per i caduchi beni materiali, per il mero guadagno, per la vanagloria dell'effimero mondo.

Chie: Si parla molto di sale, di mare, di saline lì nel contado.

Esor: Essa è la ragione ultima della contesa: un maggior territorio sul mare per produrre essi medesimi il sale che ora comprano qui in Clugia, benché anche nelle Romagne ...

Chie: Ma Genoa, reverendo padre, Genoa in tutto questo ...?

Esorc: Caro confratello, van così le cose del mondo: chi più ha più vorrebbe avere, quando Satanas è il consigliero. Genoa, sapete, è dall'altra parte di questa nostra malgraziata peninsula, ma ecco che i due, il leone e la lontra vanno a incontrarsi in Oriente e ognun di loro reclama la preda maggiore, il lucro crescente 'd'un commercio immondo con i pagani del Bosforo.

Chie: E il Santo Padre non potrebbe intervenire a pacificare i contendenti? Fra i due litiganti, cristiani, il terzo, mussulmano, gode.

Esor: Ben detto, unto dal Signore, ben detto, ma chi glielo fa intendere, quando anche a Roma ...

Chie: E il Doge che non prende posizione.

Esor [risata serafica]: Il voler tenere il podice in tanti scanni, prima o poi ... sapete: si finisce per stare all'impiedi.

Chie: Se non cadere a terra!

Esor: Giusto! Ma l'uomo proprone e Dio dispone.

Chie: Sia fatta lavolontà del Signore!

Esorc: Comunque la cura delle anime non deve venir meno. Sapete, sapete che già ho incontrato più di venti cristiani che si son gfatti mussulmani?

Cher : Che dite, padre? Hanno abiurato?

Esor: Vi son stati costretti, questo è certo, catturati dai pirati saraceni. Ma , ecco, ho il dubbio che la mollezza dei costumi dei Mori abbia lasciato il segno.

Cher: Intendete dire che ...?

Esorc: Quel che si sente dire è verità! Me l'hanno confermato [confidenziale]: è permesso loro vivere con più di una donna contemporaneamente.

Cher: Essi?

Esor: E anche si mormora che (...) [interrotto da 4 uomini che arrivano portandone -in carriola o portantina o sollevato alto sulle braccia,!- un 5º, Giobata, ferito.]

Uomo: Presto, ciamè qualchedun prima che a se dissangua!

Uomo 2: Sì, dene una man prima che a muora! [vanno poco lungi dall'E., C. e Ge., dove incontrano un gruppo di donne intanto si sono già sedute e hanno cominciato a lavorare - tombolo, etc. - e ragazzini a giocare intorno]

Chie: Che sarà mai?

Sold: Dove è stato? Come è accaduto? [lasciano la parola a E.]

Esorc: Che è successo? Fu ferita di arma o puro accidente?

Giovane [s'affretta verso le donne, facendo corridoi; trafelato]: El Giobata [figlio d'una d'esse], a xé morto! A xé morto!.

Donne [costernate]: Chi? Dove? Cossa distu? Mariavergine! Várdali che i vien! [fanno un letto con gli scanni, dove si adagia Giob.]

Madre di G. [disperata]: Fio mio. fio mio, cossa t'hai fato?

Donna 1:" Ciamemo el Vidale, vedemo se a pole fare qualcosa!"

Donna2:" Sí, elo sa come curare le ferie!"

Donna3:"Eh, Te ricordisto del Nane che a s'aveva fato un tagio cossì.... [il chicchiericcio è generalizzato]

Donna 4:"Mareavergine, sì , elo elo, me ricordo! Sì, ciamemolo, xé bravo"

Donna 5:" Mi conosso anche la Sansona che cure le ombrie!

Uomo: Veloquá che a vien!

Donn3: Ma no ' a xé minga elo.

Ciccillo [facendosi largo, si avvicina]: Cossa xé sta? Conteme.

Uomo3: A xé sbrisuo nel gatolo della salina e a xé 'nda a impiantarse contro el sogero de fero delle serramenta.

Cicc: Dove xela la feria?

Uomo4: Qua, proprio sul cragno.

Uom1: A se l'ha da' seca.

Donna Orsa [facendosi largo]: Cossa xè 'sti sighi [gridando essa medesima]? Mandelamadona, feme vedare!

Esorc: Sapete chi sia essa donna sì petulante?

Chie: Non saprei, ma il suo fare ... [arrivano altri Soldati]

D Orsa: La xè una feria de tagio; non le xè robe per mi. Se fusse sta da fare qualcosa de pezo, ahaha, podevo anche entrarghe. Ma feme vedare. [un po' di "moine", poi] No, no steve a preocupare, vedo e stravedo e ve dico: " No ze la so ora ancuo, no!"

Chie: Avete udito?

Esorc: Ho udito e visto assai bene: sento odore di zolfo in tutto questo.

Donna Sansona [entra scarmigliata]: M'ave' fato ciamare? Ave' bisogno de mi? [vicino al ferito] Alo el convulso? Zelo ciapà dal malocio? Alo visto ... un'ombra?

Uomo 4: No, a sa dao una mata sacassà là aVigo, a le saline , e a sa fato un pèro de tagi.

D Sansona: Ah, cassine! vedo el sangue; a xè soo, no ze vero? sangue de feria. Mmmm, no ze roba per mi.

Chie: Oh, benedetto sia el Signore: libera nos ...

Esorc: Ma varda che robe che me toche sentire ancuo qua a Ciosa! [entrano Vidale e Donna Boegana da due lati opposti]

Donna Boegana: Chi me voleva? Chi me ciameva? Chi ga bisigno de mi?

Vidale: Che corsa! Su qua; dove zelo el ferio?

D Boegana [a V.]: Cossa feu vu qua?

Vidale: Quelo che fe vu, siora.

D Boegana: Ma se no ti ze bon da gnente!

Vidale: Varda come che ti parle, che te fasso el segno de la croze roverso!

D Boegana: E cossa credistu che abbia paura de le to giaculatorie?

Cicc: Me servirave del fuogo ... [estraendo un cauterio dalla sua borsa]

Donna4: Intanto che parlè, l'amalao a muore.

Chier: Anche il fuoco!

Esor: Calmo, che fra poco li pigliamo tutti ... rei confessi!

D Sans: Lasseme fare a mi: a za qua le mie pessete [mostra].

D Orsa: Solo strasse ti usi, oh? Ghe vuole ben altro, so mi!

Cicc [facendosi da parte]: Fate voi, ghe mi no ghe voi entrare in 'sti fuffignessi.

D Boeg [approsimandosi]: Feme vedare, ció. Varda chi se vede! Paron Vidale, vu qua?

Vid: I m'a ciamá perché el fio a s'a ferio alla testa.

D Boe:" E vu savé come fare, eh?

Vid: Çerto! Xé ani che ...

D Boeg: Le ferie le podemo serare, ma el fio qua a sbatuo el cervelo! No baste curare la feria da fuora, biá salvarghe ... l'anema!

Donne: Cossa dizela? - Chi zela? - No ti sa? La xé la Boegana, vedova del Buranelo. - Mariavergine, distu?!

Vid: Cossa distu, cossa tiristu fora? A xé un tagio e bisogna fermarghe el sboco de sangue!"

D Sans: Per mi no baste, bisogna darghe una benidia ben bona, granda.

Madre di G.: Oh oh , invece de ciaciarare, vardé mio fio! Cossa xestu venua a intrigarte?

D Boe:Mi lo fasso per el so ben, no baste stagnare el sangue, ghe vole una benediçion ... Saveu?"

Chie [esterefatto, non sa trattenersi]: Ma come voi donne potete pretendere di dare la benedizione di Dio? Voi, che siete arnesi del demoinio! [le "guaritrici" non sembrano accorgersi del C.]

Esor [mani levate]: Ma cosa dite? Di che parlate? Cossa xé ste gesticulaçio, ste giagulatorie?"

Vid: Xé per guarirghe la feria; mio nono ...

D Orsa [risatina]: So nono! Ghe vole altro che do parolette e un [leva il braccio come a benedire].

Esor: Cosa è questo? Cossa fastu? Una femena ... E vu, un omo fato!! E qull'altra! Nissun ten vergogna? Nessun tem tremor di Dio?

Donne: I lo fa a fin de bem. - I agiude ... - El fio gera drio morire. Eh, a gera morto ... - Quase.

Esor: Lo so mi cossa che xé questo! Parlare in nome del Signore ma con l'istigasion del Diavolo!.

Donne [esterefatte]: Astu sentio? Signobenedeto! Ma chi xelo 'sto prete? Avemunu fato male?!

D San: E alora, zo, deghe vu una benedia e varemo se ghe se ferme el sangue de la feria!

Vid [intimorito]: Mi ho sempre ce'uo de fare del ben.

Uomini [interdetti]: Tio', femo qualcosa, destrighemose. Fe', oh?

Bambini/e [rompono la tensione, gridando]: A se muove! - A parle! Varda: no a xé mnorto! - Che belo - Xelo un miracolo?

Esor & Chie: Cosa?? Ma siete pazzi! Miracolo i lo ciame!?

Bambino grandicello: Come Lazaro: da morto a vivo de novo.

Esor: Anatema! Anatema! È il Diavolo che comanda qui? Miserere nobis. In galia, in galia! Guardie, guarde: prendeteli tutti! [esce di scena, dicendo giaculatorie in latino e facendosi ripetuti segni di croce, seguito da C.].

Donne: Mariavergine! E adesso? - E adesso? - E adesso?

Vid [timoroso]: Mi, cossa ogiunu fato de male, mi? Xé ani che ...

D Sans: Develi sempre metare el naso dappertuto sti corvi de preti! [fuga generale delle "guaritrici"]

Donne e Uomini [mugugnando prendono le loro cose e il ferito, e lasciano la scena].

Soldati [a coppie, disordinatamente, si mettono, non molto celeri, all'inseguimento] : Di qua! Prendi quella! Non ci scappi! Voi due [a Ciccillo, calmo, che non si è mosso, e a V. impaurito] venite con noi, senza far storie!

Ciccillo [risentito]: E io perché?

Solda: Taci e cammina! Parlerai con il reverendo.

Ciccillo : Mannaggia.

Vid [piagnucoloso]: Mi cossa ogiunu fato? Mi cossa ...

Sold: Siti e boni; tuti e do! [vanno alla scena del processo, dove arrivano anche gli altri].

{Non riesco ad aprire il Processo per fare copia-incolla; quindi scrivo il nome e le parole finali della battuta.}



Nunzio: ... apostolo in Clugia Maior.

Esorcista [benedicendo]: In nomine Patri, et Filii et Spiritui Santi, amen. Qui alla presenza di Dio onnipotente e del suo pio popolo riunito in assemblea, mostreremo i casi, ascolteremo gli imputati e voglia che Iddio Signore Domine Nostro illumini questi peccatori, irretiti dal Demonio, che si son fatti smallevadori della sua mala-arte e menzogna.

Nunzio: Si faccia avanti ...

Ciccillo: Mi si lasci parlare per primo, Eccellenza. Non ho a che vedere con tutto questo. Sono io un onesto cerusico, ed è mia arte guarire le ferite, e piccoli altri incomodi del corpo, come fare clisteri, e levar sangue. La mia arte è riconosciuta in Parigi, Amburgo e Salerno.

Esorci [al N.]: Quest'uomo è ..?

Nunz: Egli è .. maestro Ciccillo Mattarazzo; sì, disse d'esser chirurgico.

Esor: Quindi, voi non usate ... nessuna formula "magica", né strani gesti ...?

Nunzio: Gli fu trovato in mano questo [mostra a tutti, poi dá il cauterio a E.].

Esor: Giá ebbi modo, credo, di vederlo.

Cicc: Certo, eccellenza, se foi fodte fesrito o lo fu in vostro conoscente, e il medico cauterizzo la ferita. Io mi trovavo lì, presso il giovane Giobata, ferito, per fare il mio onesto e cristiano dovere di cerusico.

Esor: Vi credo, vi credo. Andate; e non mischiate la scienza con la ciarlataneria inspirata dal Demonio.

Cicc: Molto obbligato, molto obbligato. [va]

Esor: Sottile è il confine fra il lecito e l'illecito; il sapere che viene dall'alto e quello che ci ignetta il Malefico. Il fare il bene con il bene, e agire dominati dal Male.

Nunzio ............; etc.

Esorcista: ....là in nome del Signore. E che Egli illumini la tua vecchiaia. Ché ogni uomo che ha trascorso la sua vita nella Grazia di Dio e nel seno della Sacra romana chiesa, tragga insegnamento e si faccia portatore del Giusto presso i suoi nipoti: esempio e guida.

Nunz.......; etc.

*finalino* Esorcista: Vi sia di monito quel che or ora avete visto e udito. Il Malefico è attorno a noi e può essere dentro di noi. Confidate in Cristo, il Salvatore. Ed ora si vada a intonare preghiere di ringraziamento a Dio e che lo Spirito Santo ci illumini ora e sempre. Sia gloria l Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo [benedice] . AMEN



27 marzo 2012 a. D. , il clerico sedentario [scritta 4 yes 4 volte] Juan Var