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lunedì 20 luglio 2020

Le piccole piogge.


Gincarlo Varagnolo
Le piccole piogge.

Piove.
Sta piovendo o inizia a piovere non rende l'idea: al Tropico solo le prime grosse gocce, in volata, annunciano il gruppo, lo scroscio in arrivo da lì a pochi attimi, e piove come se improvvisamente si sia aperto abbondantemente il rubinetto della doccia – un'annaffiata forte, dura, improvvisa che dura un'ora o poco meno in gocce grosse e battenti.
L'ombrello? Riparo risibile ché il pulviscolo attraversa il tessuto e nemmeno testa e spalle rimangono all'asciutto, mentre gli schizzi inzuppa fino alle ginocchia e l'inclinazione della caduta dell'acqua infradicia il resto del corpo.
E non ci sono portici né tanto meno androni di porte o sporgenze in queste strade use all'abbacinante sole a picco; nelle zone centrali un bar o un negozietto lo trovi per rifugio, non in vie residenziali.
Così ci affretta un poco, si sosta addossati ad un muro inadeguato riparo surrettizio, panaceo.
La meta non è lontana ma sarebbe come attraversare un fiume. Anzi: ecco che già si forma uno o due ruscelli d'acqua ancora chiara nelle vie – che qui sono in pendenza.
Uno slargo: una piazzetta; un riparo: la salvezza. Vi è parcheggiato un furgoncino a tre ruote (quello che in Italia si conosce come Ape), non è del tipo chiuso in lamierino bensì con il pianale protetto da un telo cerato, il lato posteriore senza tenda, e vuoto.
Salgo; non senza sforzo anche perché ho una mano impacciata da due libri che sto andando a riconsegnare. Irrorato di pioggia, ma ora al riparo.
Il cubicolo è piccolo e basso: ci si può sedere e allungare le gambe però si deve stare accucciati (ed evitare di toccare le pareti del rivestimento: nelle tende da campeggio si aveva questa precauzione per non far gocciolare acqua).
L'apertura è di sghembo verso la strada così vedo man mano l'ingrossarsi di quello che ormai è un torrentello che scorre sulla strada parallela allo spiazzo: scorre veloce ed ha ora l'acqua ha un color nocciola chiaro.
Tento di star seduto sui talloni come sono usi tutti qui: non resisto che pochi minuti ricavandone dolori ale gambe, e allora … sporchiamoci le braghe.
Ma non mantengo molto questa comoda posizione ché ci sono rivoletti d'acqua piovana che si vanno strada sul pavimento, e devo stare sui piedi ingobbito per non bagnarmi natiche e gambe.
Vedo che l'inclinazione della caduta della pioggia cambia e dopo un poco entra dal lato aperto. Fortuna che non c'è vento, ma devo comunque rinculare verso il fondo del cubicolo, il che non mi salva dagli schizzi delle gocciolone martellanti sul ripiano dell'entrata.
Per il poco che so (cosa insegno Geografia a fare?) l'acquazzone è al suo termine quando l'angolo di caduta delle gocce è nella direzione opposta al suo inizio, con una rotazione quasi completa. Attendo che l'inclinazione si sposti anche se ormai il pianale è bagnato. Però sta girando e quindi si sta muovendo e … non ho l'orologio (con il caldo dà fastidio al polso) ma non dovrebbe mancare molto alla fine.
E comincio a canticchiare. Peana di vittoria per la scampata abluzione? Anche, forse; credo che siano ricordanze che rimandano a immagini che rimandano a canzoni quasi leit-motiv di situazioni analoghe inusuali e/o di “scampato pericolo”.
Non è passato nessuno. Nessun rumore se non il concerto per pioggia battente sul telo, sulla cabina di metallo, sul selciato. Probabilmente c'è il
rumore (basso continuo) dell'acqua torrentizia che scorre con notevoli increspature.
Canto qualcosa di ballabile giusto per accompagnare lo stiracchiare delle ginocchia schiena gambe intorpidite-dolenti. Dai che fra poco si va!
Sta sfumando?
Come sempre qui ai Tropici il sole se ne esce splendente come prima non appena la cortina, il sipario, della pioggia è tirato via.
Ecco, si scende e si va.
Nel sole.

Clugia minor, 18 marzo 2020.
GV

venerdì 1 dicembre 2017

Recensione di Nuova Poesia in Chioggia

Eleonor Varagnolo
Nuova Poesia in Chioggia
pubblicazioni anni '80

“La poesia, come le altre arti – la musica, la pittura e la scultura – è la rappresentazione sensibile dell'universo intimo dell'essere umano.” Guido Guarda (NpiC, n° 9)

“Poesie? Giochi, se non giochetti, verbali; sequenze sincategorematiche; accattivanti lallazioni. Vuoti-a-perdere.” gv (NpiC, n° 13)
C'era una volta … il ciclostile, che sarebbe una specie estinta di fotocopiatrice (come, per fare un esempio pratico e storico, la bicicletta sta allo scooter), però serviva per fare molte copie di una singola pagina con fogli (rigorosamente da ciclostile) qualche centimetro più grandi dell'A4. Per poter ciclostilare il testo si doveva batterlo con macchina da scrivere su un'apposita matrice, batterlo propriamente poiché i caratteri metallici dovevano forare la pellicola della matrice creando così i fori sagomati dai quali sarebbe uscito l'inchiostro che avrebbe riprodotto il testo su foglio. (Penso che abbiate presente come funziona e come è fatta una macchina da scrivere, qui vi ricordo che il rullo su cui scorreva il foglio permetteva solo l'introduzione del formato della sua larghezza.) I primi ciclostili funzionavano a mano, ossia girando una manovella ruotava il rullo sul quale era fissata la matrice “a stampare”.
Perché mi sono dilungata su questi dati di paleologia tecnologica? Perché le pubblicazione (una ventina) hanno avuto inizio per l'innovazione, prodigiosa per gli anni '70, della matrice elettronica, ossia non serviva più scrivere-battere a macchina il testo: bastava solo copiarlo su un'apposita fotocopiatrice abbinata al ciclostile (che ora era mosso elettricamente). In più si potevano riprodurre disegni, tenendo però conto e utilizzando della tecnica della stampa a calco (su lastra) o meglio della punta secca. Questa possibilità di produrre immagini fu la molla che fece muovere mio padre & la Brigata Culturale “La Musica e le Parole” per realizzare una pubblicazione periodica di poesia e brevi prose, avendo anche l'opportunità di avere la “rivoluzionaria” macchina a portata di mano: la segreteria della scuola media G. Pascoli in Sottomarina, dove era approdato come insegnante di lettere.
Si trattava di trovare (i soldi per) i fogli, le matrici e l'inchiostro.
Venne spedita una richiesta alla Biblioteca civica e all'Assessorato alla Scuola e Cultura. Tutto bene (senza tener conto delle lungaggini burocratiche) anche perché s'era costituita l'Associazione dei Gruppi Culturali di Chioggia e la richiesta di “materiale d'uso” (matrici, fogli e disponibilità di un ciclostile) venne fatta a nome dell'ABC [Allegra Brigata Culturale] “La Musica e le Parole” aggregata all'Associazione dei gruppi in diretto contatto con l'Amministrazione comunale (nel decimo fascicolo, in terza di copertina, si ringrazia l'Assessorato alla Cultura, il Comitato di Gestione della Biblioteca Comunale e il personale della biblioteca).
Avute 10 risme (da 400 fogli) di carta bianca, una di carta colorata per la copertina, una confezione di matrici normali e una di “elettroniche”, si trattava non tanto di trovare un ciclostile, ma una macchina da scrivere con il carrello lungo che permettesse di battere i testi in orizzontale (se ne trovarono alcune in uffici scolastici o comunali, poi venne recuperata una Olivetti M40 – con i tasti tondi e vetrini a coprire le lettere - con rullo da cm. 70, “modernariato” già allora; il suo uso lo si nota nei testi per la lettera r che è più su o giù della riga). La matrice doveva essere inserita orizzontalmente per avere così la possibilità di stampare e avere due pagine una volta piegato il foglio: i fascicoli hanno il formato di cm. 16,5 x 22 (metà A4, ottimo per la riproduzione di poesie). Aggiungo subito qui, per far capire quali fossero le difficoltà pratiche, per quanto minute e banali, di realizzazione: la ricerca di una graffettatrice che avesse il “morso” o braccio di almeno 18 cm. per spillare gli undici fogli costituenti un fascicolo. (Undici fogli piegati, stampati fronte e verso, danno 44 pagine o facciate.)
E il primo numero fu. Un disastro. Beh, mezzo disastro visto che delle quattrocento copie previste se ne ottennero quasi la metà, e con due fogli mancanti (cioè 8 pagine): quelle dei disegni più estesi e/o elaborati che facevano uscire troppo inchiostro attraverso le matrici così che i fogli si impiastricciavano appiccicandosi tra di loro.
Era l'autunno del '79.
La presentazione fu nella biblioteca civica “C. Sabbadino” che allora era ubicata nel palazzo Monte della Pietà (Corso del Popolo 1649, indirizzo per il c.i.p. = ciclostilato in proprio); vi era una sola sala per l'utenza (tutto il lato sud) che veniva usata per conferenze o spettacolini di nicchia (come si direbbe ora) quali, ad esempio, quelli presentati dall'Allegra Brigata (“Canti del lavoro”, “Cabaret dei Gufi”, “Dentro il fantastico senza bastonate” : teatro di burattini), senza alcun “impianto voci “.
Il numero 2 porta la data Febbraio 1980 e in seconda di copertina la scritta: “Copia n°_/500.” (nel quarto fascicolo a pag. 40 è segnato a penna 319 , “esemplari di questo numero”), che malgrado l'aggiunta di fogli ciclostilati, per le solite falle tecniche, “non ha toccato le quattrocento” copie e viene presentato il 2 aprile (mercoledì) in biblioteca.
Poi tutto tace fino all'autunno dell'81 benché il n° 3 porti la data del mese di aprile, ma, come è spiegato a pag. 40 del n° 5, è “congelato” in tipografia assieme al quarto fascicolo. Che cos'era accaduto? Un po' di maretta per la richiesta del materiale [“Ancora?! Ma se' proprio dei rompi …!”] quasi si chiedessero soldi in contanti o la luna nel pozzo: fogli e matrici e inchiostro rientrano nel banalissimo materiale di consumo di ogni ufficio. Però il ritardo e le lungaggini un poco se l'era voluto il curatore (che per tredici numeri è stato Giancarlo Varagnolo) che aveva fatto stampare due copertine in cartoncino con la linoleumgrafia di Toni Bullo e la stampa di “I LOVE YOU tempesta “ sul retro di 450 e “Ho fatto una collana / di mie parole / spero che portandola / tu / possa provare qualcuna / delle mie sensazioni. “ su altrettante.
Così l'81 ha tre pubblicazioni ravvicinate, l'82 due e nell'83 ritorniamo alle pubblicazione di tre fascicoli come era nelle speranze dei curatori di una pubblicazione periodica quadrimestrale.
Nel n° 10, del dicembre '83, si riportano alcune cifre che sono ancora un po' deludenti per il numero delle copie a fascicolo, “attorno alle trecento (con la puntata massima di 380 del nono grazie alla buona volontà di Giancarlo Saccoman)”, ma al contempo si sottolinea le “più di duecentocinquanta poesie pubblicate di una trentina di autori”. Nello stesso numero, in terza di copertina c'è l'avviso che “il gruppo di promozione culturale Amici della Poesia si riunisce ogni 1° e 3° giovedì” in biblioteca alle ore 17,30.
Gli Amici della Poesia s'era aggregato attorno alla rivista Nuova Poesia in Chioggia e quindi costituitosi in gruppo di promozione culturale nell'81 con proprio statuto [si veda terza di copertina del n°15, di ben quarantotto pagine!], poco più di un anno dopo l'uscita-presentazione del primo ciclostilato di Nuova Poesia.
La periodicità continua semestrale (primavera / inverno) meno che nell'anno 1987 con tre numeri (gennaio, maggio, dicembre), e i risultati di stampa e grafica migliorano (dopo una ricerca un più uffici comunali, sindacali, scolastici, ... di un ciclostile affidabile). Biblioteca e Comune (Assessorato alla Pubblica Istruzione & Cultura) prendono atto probabilmente più del minimo costo di spesa per la pubblicazione che del suo valore (negli anni '80 fu l'unica pubblicazione periodica culturale) e il “materiale di consumo” viene periodicamente concesso, tenendo conto che ora a supportare Nuova Poesia in Chioggia oltre a “La Musica e la Parole” vi sono gli “Amici della Poesia”: due gruppi culturali molto attivi.
Quel che invece comincia a pesare sono le discussioni nelle riunioni quindicinale degli Amici della Poesia, su che cosa, quali poesie, “che poesie” stampare visto che la pubblicazione rimane indipendente, ovvero gestita dall'Allegra Brigata Culturale “La Musica e le Parole”. Di questa insofferenza, incomprensione, ottusità, pocaggine, ignoranza, preconcetto e quant'altro ne è testimone le reazioni al fascicolo 17, interamente dedicato al Carnevale, riportate parzialmente in seconda e terza di copertina del n° 18. Ma qui entriamo nel merito, visione e critica dei contenuti che si vedranno nella seconda parte della presente relazione.
Gli opuscoli venivano distribuiti nelle sale insegnanti delle scuole medie, lasciati ovviamente in biblioteca e talvolta in altri luoghi come la reception della Casa di riposo. Erano in distribuzione gratuita (e forse questo è stato un errore perché il gratuito sembra non aver valore già in partenza, già di per sé, ed è forse questo non-valore che ha fatto sì che nella biblioteca, che era lo sponsor ufficiale della pubblicazione, ora non abbia in scaffale nemmeno uno dei venti fascicoli e delle almeno seimila copie ciclostilate).
Le copertine sono di vario colore alternando i quattro disponibili in cartoleria: verde, celeste, giallo (tutti pallidissimi), un bel rosa e, ovviamente, il bianco. Cinque disegni di copertina e moltissimi altri all'interno che comprendono la realizzazione grafica della “Poesia senza parole” (alle pp. 13-28, n° 10), sono dell'ormai noto vignettista Rosario Santamaria. Altrettanti disegni sono della mano paziente di Anna Maria Pedretti quali, ad esempio, le riproduzioni delle disposizioni floreali dell'I ebana del n° 8, e le 11 vignette della poesia sul gabbiano (pp. 13-15, n° 7).
La copertina del n° 5 è rudimentalmente fotocopiata, e vi intravede un “giovane poeta in tenuta di gala” (lunga tunica che lascia vede i calzini bianchi, e un badge con un probabile garofano socialista), tre muse cantanti con chitarra, una poetessa in erba (Piccola Eva, 20 mesi!) e due foto chioggiotte veraci: una mangiando pesce (con fascicoli virtuali di Nuova Poesia sulla tavola) e l'altra tenendo svettante un penelo.
La paginona centrale di solito contiene una sola composizione o perché la lunghezza dei versi lo richiede (pp. 22-23, n° 7) o è una grafo-poesia come quella del n° 5 dove sul disegna di una spiaggia è scritto (un poco sghembo): “Abbiamo perduto qualcosa passeggiando in riva al Mare nella spiaggia di questo settembre.”, mentre le pp. 20-21 del n° 14 riportano pagine di elenco telefonico con sopra cinque volte la scritta: “RICHIAMERO' DOMANI” dove un lessema graficamente è scritto progressivamente ridotto e l'altro ingrandito. Nel n° 12 (“dedicato interamente all'infanzia”) abbiamo C'era una volta … disegno da colorare (purtroppo l'esortazione COLORA! è venuta tagliata longitudinalmente) con personaggi delle fiabe.
Ed ora un po' di conti: quanti hanno scritto su Nuova Poesia ? Quanti componimenti poetici e quante prose? (Ed anche quante immagini …)
Le pubblicazioni sono “a cura di “ Giancarlo Varagnolo, in tre di esse affiancato da Eva (n° 3), Cloe (n° 7) e da entrambe nel n° 12 – un omaggio alle figlie appena nate, mentre è una nascosta provocazione l'attribuzione della “cura” a Jolanda Griguolo, la nonna ottuagenaria del curatore (e mia bisnonna). Il 18 comprende anche l'Allegra Brigata Culturale “La Musica e le Parole” alla quale si affianca nel n° 15 e nel 17 il Gruppo di Promozione Culturale “Amici della Poesia”. In terza di copertina del n° 11: “a cura di” significa: raccogliere gli scritti, dattiloscriverli, preparare la bozza, richiedere il materiale 'tecnico', battere le matrici, formare i singoli fascicoli, cucitura, (distribuzione).
“Per quanto riguarda gli autori, abbiamo avuto l'autodidattam che ha ottenuto la licenza di scuola media grazie alle “150 ore”, e il laureato in lettere; il poeta affermato e lo scrittore alle prime composizioni, il ragazzo di sette anni e il sessagenario, la casalinga e la studentessa universitaria, l'ortolano e il professore, l'autore prolifico e chi ha scritto due o tre poesie in vent'anni. “ (Seconda di copertina del n° 10.) Negli altri dieci numeri la provenienza socio-culturale non cambia, con un leggero aumento della presenza femminile: 18 su un totale di 66 [più 3 cui non è dato sapere: L.T. n° 19, zeta n° 18 e 19, e il/la “graffittaro/a” delle scritte murali a spray inserite nel n° 2 che “Sono poesie a tutti gli effetti, ed anzi il modo di renderli di pubblico dominio rende tali versi ancor più pregni di comunicativa: il vissuto emotivo singolo si pone come messaggio e fatto (gesto) di rilevanza collettiva.”].
“Grande assente, per la nostra città di mare, il pescatore “, nel dicembre 1983, l'assenza perdura malgrado la pubblicazione di altri dieci numeri, le letture pubbliche di poesia, l'attività dei gruppi culturali: nell'estate del '88, con la pubblicazione dell'ultimo fascicolo di Nuova Poesia, non vi è un solo componimento scritto da un pescatore.
I componimenti sono in totale 452 per la maggior parte in lingua italiana, vi sono ovviamente le dialettali [delle quali nel n° 19 si lamenta “il gusto del macchiettistico (per lo più patetico) e/o per la battuta che muova al riso – e all'applauso.”], ed alcune in inglese (sic!).
Le prose sono 76, ovviamente molto brevi visto il formato della pubblicazione (Una fiaba venne pubblicata in due puntate: n° 5 e n° 6 per un totale di 7 pagine). Vi sono poi alcuni saggi sulla sulla poesia ( Il prodotto, Poesie? Vuoti-a-perdere, PERCHé i POETI ? - :”Perché non cadano le tenebre e, ottenebrato, nessuno più veda per quanto guardi.”, n° 4, … ) e note sui risvolti di copertina.
Le illustrazioni, per la maggioranza, 72, a pagina intera, non sono equamente distribuite nei vari fascicoli: erano pensate come stacco fra un autore e l'altro ma in pratica non è stato possibile. Molti altri disegni nelle pagine con testo (oltre ai grafopoemi).
Terminiamo qui con il proporVi quella che riteniamo la poesia più provocatoria, borderline, strana, intensa (di Pippa Cagnotta, fascicolo 16), nuova sperimentale, problematica:
srd mt
I' sn 'n srd mt '
Qnd ch I' prl , nssn m' cps .
[La chiave di lettura è semplice: srd mt sta per SoRDo MuTo, il resto viene da sé a livello di contenuto; a livello di comunicazione si introduce la consapevolezza di una questione non da poco.]
Diamo qui di seguito l'immagine di una grafopoesia (“paginone” centrale dell'ultimo fascicolo):


In nota o appendice, diamo l'elenco di tutti i collaboratori (scrittori, grafici, ….)

Chioggia, 30 novembre 2017

Eleonor Varagnolo.

martedì 7 novembre 2017

Ombrelloni a spicchi.

Giancarlo Varagnolo
Ombrelloni a spicchi bianchi e blu
Talvolta ci si sveglia stanchi, stanchi della vita. Nulla di drammatico perché è una stanchezza dovuta alla noia che dà la ripetitività del vivere quotidiano: le solite cose da fare, il solito tran-tram che comprende una sequenza, limitata, di azioni e la possibilità latente ma presente, questa sì infinita, inimmaginabile, di seccature, intoppi, noie appunto. E fuori c'è il sole, oggi; nel senso (visto che l'atteggiamento nella constatazione della giornata soleggiata dovrebb'essere anche questo di tedio) che il bel tempo non aiuta a mitigare questa non-gioia d'un nuovo (nel senso stretto di data) giorno, anzi! perché se piovesse o tirasse vento o ... no, la neve è un'altra cosa; beh, insomma, se il tempo atmosferico è brutto, uno si sente compreso, quasi rassicurato da questa sintonia, empatia, fra fuori (piove!) e dentro ("come mi sento frustrato.").
Il sole, di riflesso obliquo, illumina la stanza, la 312.
Fortuna che ieri notte sono andato a letto tardi, o fortuna che mi sono svegliato un po' più tardi del solito: “fortunata la causa o la conseguenza?" Ecco, già comincio a sragionare: sveglio completo; doccia! In un clima caldo il poter far la doccia con l'acqua fredda, che poi è già in sé tiepida, è un piacere in più - o una scocciatura in meno visto che non devi controllare e ri-controllare il miscelatore e comunque ti scotti sempre, porcamiseria! La doccia è un piacere sibaritico (che aggettivi 'stamattina!), lavarsi è un optional.
La colazione già pronta: oggi niente attesa che ci siam svegliati al momento giusto, le scelte disponibili su tre tavoli: è solo questione di pensarci un paio di secondi con e per l'opportunità di un bis, con scelta variata. La prima colazione fatta con calma, digerita nella calma, abbandonata altrettanto e più con calma, senza rimpianti. (Ci siamo offerti un'altra mezza tazza di caffè puro, né latte né zucchero, per svegliarci - o per penitenza, visto il sapore.)
Ed ecco la spiaggia; l'ombrellone, il mare; la sdraio. È stato tutto così automatico e sovrappensiero (pensando ad altro sarebbe più corretto dire) da indurci a controllare ora, che se ne prende atto, se siamo in regola e se s'ha con sé tutto l'occorrente ..., non è la prima volta che si esce con le ciabatte da camera o si dimentica lo stick proteggi-labbra o il telo-da-mare che è grandino, neh! Già abbiamo a noia il romanzo iniziato ancor prima di por mano al libro. Ah, ecco gli occhiali da sole, quelli per leggere che finiscono sempre in fondo alla borsa e va a finire che prima o poi si rompono. Ciac Ombrellone aperto. La vista-mare è un poco sulla sinistra, almeno per un'oretta, poi sposteremo lo scomodo lettino seguendo l'ombra dell'ombrellone.
E m'addormento! Metà gambe che s'arrostiscono al sole, e un senso di fastidio, d'irritazione ... e mentre stancamente sposto l'oblungo lettino blu ecco una nota più stridula delle altre (un'esclamazione? una risata?) dar volto al mio malumore: la voce acuta, di testa, straziante, penetrante, insopportabile echeggia da qualche ombrellone più in là. Perché nel contado gli uomini squittiscono, berciano striduli, hanno 'sta voce da gessetto strofinato sull'ardesia della lavagna? Perché, poi, la gente grida? Lo so: chi è senza peccato ... Anch'io parlo a voce un po' troppo alta, lo so e lo considero un mio difetto da elidere ... Chiudiamo gli occhi e, sì, ascoltiamo sperando che il suggerimento zen (“... vedrai che non opponendoti il tutto passa e va”) dia i suoi frutti. E ascolto, seccato, inorridito, perplesso; meditabondo; un pochino di nausea, incredulità. Commiserazione? No; perché? Ognuno vive la propria vita, e il garrulo stridente narratore non mi sembra scontento della sua; sì, certo, un abbellimento degli episodi meno piacevoli e un velo di rassegnazione con una buona spolverata di fatalismo cattolico (qualche imprecazione e bestemmia intercalata qua e là confermano la base religiosa dell'aedo). Possibile che sia stato meramente una cozza per tutta la sua vita? Un'esistenza da mollusco bivalve avvinghiato allo scoglio, nella fattispecie: la propria manodopera lavorativa (in fabbrica? in una ditta?). Una formichina rassegnatamente felice dello scorrere quotidiano e sollevata nel raccontare la positiva soluzione di controversie o intoppi d'una banalità disarmante, alcune avversità o contingenze chiaramente esagerate per dar sostanza al racconto ( e alla vita stessa così piatta, grigia, monotona) tant'è che una panne dell'automobile teneva più spazio narrativo degli scioperi ("di quegli anni lì") in ditta. Il lavoro: l'unica occupazione, l'unico pensiero, l'unica ragione di vivere, il resto sembra venire accessorio in quanto si lavora, prima il lavoro (fisso, più fisso e sicuro possibile) e poi la casa, i figli, e ... e basta. Certo, la televisione, ma è dato per scontato, è cosa di tutti e di tutti i giorni; le vacanze ... come tutti, potendo.
Sto quasi per alzarmi ed andare a rinfrescarmi i piedi sulla battigia quando inizia il peana dei bei tempi andati quando il formaggio e tutto il resto di cibarie era poco (poco!) ma buono, "genuino" (ma se già nel Medioevo c'erano frodi alimentari sul pane, olio per non parlare del vino!). Mi salva dalla tiritera e mi blocca sul lettino l'arrivo d'una signora che tutto il gruppo, alle mie spalle, complimenta ed è simile ad un cambio di canale televisivo, basta con la storia-della-mia-vita, adesso moda & cicalecci femminili. Lo strano è che queste donne conterranee dei loro mariti ("donne e buoi dei paesi tuoi", considerando Cuba e Thailandia come "tuoi" nel senso di "conosciuti, noti, familiari") hanno la voce calda, pastosa, ovviamente con qualche trillo & strillo, ma aggraziato, femminile. Dà per leggere.
Non riesco a concentrarmi; il cervello sta scaricando una serie seriale (ma sì che si dice! un elenco di cose o dati dello stesso tipo) di domande. Dall'iniziale irritazione, spande una risata come un tappo da una bottiglia di frizzantino, sì, perché m'è stata inserita nella memoria visiva una delle tate pagine con gli esercizi-di-comprensione alla fine di un brano o capitolo di un romanzo! Il tipo qui dietro sarà una cozza, ma io pure, beh, no, facciamo un pesce ... in un acquario (Big Nemo?). Che ho fatto in più o di diverso dal contadinotto chiacchierone? Contadino, cioè del contado, dell'interno, dell'entroterra, niente di offensivo; beh sì un po' di sussiego (?), di vanità di noi rivieraschi, costieri, "marini".
Ah! Il vantaggio assoluto della vacanza in luoghi dove non parlano la tua lingua è di non capire di che cosa stiano discutendo, lagnando, commentando, chiacchierando, narrando così da non creare interferenza nel tuo fluire di pensieri e nessuna frase, esclamazione, parolaccia (?!) ti turba: né più né meno che il belare di capre o l'abbaiare di cani (beh, alcune lingue sono sgradevoli foneticamente in sé).
Dunque: le differenze; le discrepanze; la diversità principale ... è ... Ma si possono fare paragoni? La mia e la sua vita vissuta? (Vissuta? In che misura, io e lui, ci siamo resi conto di vivere?) Problemi da sociologia esistenziale, antropologia urbana, psicologia comportamentista, filosofia quotidiana. La formica e la cicala? Nemmeno per sogno: entrambi abbiamo dato il nostro fattivo contributo all'andazzo (yeah!) di questa società senza scialacquare, senza approfittarcene (troppo), senza, in fondo, dare fastidio (idest: nella legalità) [arrivata AQ, 9e35 del 28 genn] . Che entrambi si sia finiti qui stesso hotel, stessa spiaggia, stessa mensa è una realtà identica innegabile; oh, le motivazioni, certo: qualità-prezzo ..., "stessa spiaggia, stesso mare ... per quest'anno non cambiare" ricordando la canzone di un bel po' di estati fa; stessa noia, ma la mia cosciente ... La noia, no, non credo proprio che il tipo sappia dell'esistenza di questo debilitante stato d'animo; com'è che la noia, l'uggia, il tedio del vivere quotidiano può insinuarsi nella compatta massa di accadimenti giornalieri che lui vive o allentare la catena (catenella, quasi uno spago) di micro preoccuazioni o sconnettere l'attitudine a meravigliarsi, in qualche modo e direzione, di tutto. Ecco: già oggi è più (o meno) caldo/afa/vento/tranquillo di ieri (o dell'anno scorso, o di un tempo che fu, o ...), e al telegiornale hanno detto/mostrato/discusso/pronosticato che …
Sapore di sale, sapore di mare … Canticchio, non proprio: diciamo che seguo con trasporto la canzone che s'è inserita nel fluire di pensieri, senza emettere suono, ovviamente (pudore, riserbo, intimità?). ...che hai sulla pelle, che hai sulle … Mi stiracchio sulla sdraio e mi turbo (“oddio, che è?”) nell'udire strani scricchiolii. Sospiro di sollievo: non sono le mie giunture ma quelle del lettino. Confortato, mi stiracchio, mi allungo irrigidendo tre, quattro volte … Stop! Rido, sotto gli occhiali, ché si sta stirando e ingrossando anche il coso lì, ch'è coperto appena dal leggero tringolone dello slip. Rido: era ora! Mi siedo acciambellando le gambe, prendo in mano il libro e mentre l'apro (il segnalibro è un volantino pubblicitario d'un ristorante sushi), una risata grassa, piena, femminile e sensuale (“... vicino a me-e ...”) mi fa girare il capo istintivamente e la intravvedo, lei, la gola e “il petto e il crine” (e i fianchi ampi che si indovinano).
Mi ridistendo, il libro poggiato sull'inguine.
E mi perdo nella corrente veloce, fantasmagorica, colorata, melica di ricordi: immagini e sensazioni. E m'addormento.
Dormo.
Pasto (Colombia), gennaio 2015.
gv

lunedì 17 novembre 2014

Immagini parlate

Immagini parlate
Giancarlo Varagnolo
Nella mia seconda giovinezza ("la vita comincia a 40 anni" si diceva nel secolo scorso) avevo incominciato a studiare la lingua giapponese per poter meglio capire/cogliere/gustare le lapidarie, ma falsamente laconiche, poesie di tre righe: gli haiku; la curiosità e l'interesse venivano anche dalle differenti se non difformi traduzioni che avevo incontrato (in inglese e italiano, più tardi in francese). Ed ecco che oggi [novembre 2014] la perplessità si ripropone in una traduzione portoghese di una poesia scritta in inglese (da Matsuo Basho, Trilha estreita ao confim.) come esempio europeo (W. Stevzns, 1917):




Among twenty snowy muontains

The only moving thing

Was the eye of the blackbird .

La traduzione è:

Entre os vinte cimos nevados

Nada movia anão ser

O olho do passáro preto .

Qui di seguito le mie due traduzioni letterali, dall'inglese viene:

Fra venti innevate montagne

l'unica movente cosa

Era l'occhio del merlo .

Dal portoghese:

Tra le venti cime nevose

Niente (si) muoveva a non essere

L'occhio del passero nero .

La trascrizione finale ... Vediamo prima quali suggestioni figurative ed emozionali provengono dai due testi (ovviamente da un parlante/traduttore italiano).

a- mettere l'articolo determinativo "le" chiude il campo visuale, ossia le cime/montagne sono proprio "20", senza articolo restringe la visione a quelle "venti" montagne sottintendendo che ve ne sono altre (alle tue spalle, che non vedi, ad esempio); il numerale potrebbe riferirsi ad una località (catena o massiccio) conosciuto come tale , in Italia: le 3 cime di Lavaredo, di nessuna utilità per il lettore ignaro.

b- con l'aggettivo già il discorso si complica in quanto interviene oggettivamente la grammatica, dove in inglese l'aggettivo precede sempre il nome, in portoghese no, però siamo nella scrittura poetica dove tutto, proprio tutto, è permesso, quindi nella traduzione si tratta di presentare o prima la neve o prima le montagne - io propendo per la neve poiché dal biancore è facile far uscire i monti, ben più arduo (lo so, sono µsecondi di differenza per un adulto intelligente) innevare boschi e prati in fiore.

c- non capisco perché le montagne in inglesi diventino riduttivamente cime in portoghese, una bella differenza di ampiezza panoramica, e di prossimità: "os cimos" devono essere lontani per vederli come tali, ne "le montagne" ci sei sopra o fra (among - entre).

d- il secondo verso è un disastro completo prospetticamente ed emotivamente parlando: nell'inglese c'è subito un'aspettativa, un'indicazione, uno stimolo percettivo: qualcosa, una solamente si muove, che sarà? Nel portoghese: calma piatta però ... E qui il traduttore o non ha capito o è un povero-di-spirito perché pone l'accento sul "nada movia" mentre nell'originale c'è il movimento, di una cosa unicamente, ma "moving" nel biancore immoto (e silente).

e- anche qui c'è la scusante della lingua, ma, per tutte le Muse del Parnaso!, nella traduzione mettimi quel "preto" prima di "passáro" perché è il nero che fa risaltare sia l'uccello nella neve sia l'occhio nel contrasto.

Fra le nevi della montagna


unico a muoversi

l'occhio del merlo .
Le omissioni: twenty non tanto per l'inutilità del riferimento geografico dato, che si suppone nel numero, come già accennato, ma ben più per l'omografia del numerale con il plurale del sostantivo /vento/ che avrebbe creato rumore ovvero ambiguità informativa; abbiamo anche focalizzato la neve del paesaggio montano ( = della montagna, apposizione della neve, divenuta plurale per indicarne l'abbondanza e le sfumature). Thing s'è integrato nel pronome riflessivo, mentre was ci sembra superfluo, e ingombrante. Rindondante ci è sembrato l'aggettivo /nero/ da unire a merlo: non possiamo pensare che il lettore non sia a conoscenza che "tutti i merli sono neri" - la cosa buffa è che esiste melro come traduzione, ma probabilmente è lusitano-europeo e non brasiliano.
Nota: haiku (o haikai), forma poetica della letteratura giapponese, di sole 17 sillabe meglio more, sullo schema 5-7-5.
VG São Paulo, dia da Proclamação da República 2014.

venerdì 9 maggio 2014

Profluvio.



“L’amore è non sapere di cosa

si sta parlando.”

 

Se era arrabbiato? Era furente. Stava per scoppiare. Le parole non pronunciate gli si rimestavano nello stomaco e le tempie gli pulsavano per le frasi che roteavano nella sua testa come trottole vorticanti multicolori. Imprecò a mezzo nell’aprire il portone d’ingresso dello stabile, ironicamente infastidito dal contrattempo nell’inserire la chiave che deviava la sua irritazione dal soggetto principale.

Davanti alla porta dell’ascensore emise uno sbuffo che somigliava ad un sospiro. Premette il bottone di chiamata blandamente e attese quietamente: la regolarità delle funzioni del mezzo ponevano le sue sensazioni in uno stato di stasi, di apoché, di vuoto mentale, gli accadeva in aereo, in autubus o metropolitana –sempre che non divesse tenersi allertato per scendere alla fermata desiderata; era “trasportato”, la velocità e il percorso e il tempo d’impiego non dipendeva da lui. Quando fu nell’appartamento scattò come una molla, meglio, come una di quelle palline superelasti che rimbalzanti infinitamente con un solo lancio.

“Imbecilli!” Ecco: finalmete poteva dirlo ad alta voce, poteva far uscire dal suo corpo un poco dell’ irritazione trattenuta. “Im-be-cil-li.”  Ma già era un sotto-voce; e poi una ripetizione senza suono, mentale. Scelse senza esitazione il tipo di sigaro fra i tre o quattro che giacevano nelle loro scatole: era da almeno un’ora che pregustava, no, che abbisognava di un paio di boccate di Toscano Extra Vecchio. E un gole di grappa, gelata.

“Amore ..., agh!” Riempì a metà il minuscolo bicchiere, lo portò al naso per inspirarne il profumo e quindi emise un respiro di soddisfazione nell’ assaporarlo un poco. Dalla finestra semiaperta entrava la musica ritmata lontana di una canzonetta. Intinse la punta del sigaro nel bicchiere e bevve facendo scorrere il liquore a rinfrescargli tutta la bocca, poi mise il sigaro fra le labbra.

Scendendo già altri pensieri gli fluttuavano in testa, dopotutto s’era liberato ... Beh, si poteva dire che gli era impellente sputare un bolo di saliva e lo aveva fatto; punto.

Il viale era silenzioso e deserto, mezzanotte passata, ma era estate; all’inizio del viale v’era una pizzeria take away  con parecchi clienti, gruppetti di giovani se ne stavono in piedi chiacchierando nello spiazzo di fronte. L’uomo girò sulla destra senza guardare nessuno, curioso solo di leggere la temperatura nell’orologio digitale all’angolo della piazza che ora gli si allungava a lato. +23º : non molto per una notte di piena estate.

Fu fortunato a trovare una panchina libera tutta per lui: la “puzza” del sigaro – fumato da altri - non era gradita nemmeno a lui; l’accese.

“Amore ... amare ...” Come si fosse arrivati a parlare su tale argomento, a discettare, non se lo ricordava; era stata un’esplosione quasi improvvisa con tutti che volevano dire la loro. Tutti i commensali della tavolata al ristorante, i suoi amici che programmavano una cena fuori almeno ogni due settimane, ed era la calda estate ... Coppie di amici, o amici accoppiati ... “maschio e femmina che vivono insieme, per copulare o per aver già consumato”. La fortuna di essere single lo salvava dalla divisione di pizze, bibite e scambi veloci ma pungenti ed acri con l’altra metà; quella sera s’era trovato nell’occhio del ciclone Amare Significa, con acquazzoni sparsi di Amare È  e grandinate di Quello Non È Amore.  Se si fosse stati all’aperto e lui avesse avuto qualcosa da fumare, probabilmente non sarebbe intervenuto nella discussione e certamente avrebbe non ascoltato. È abbastanza sgradevole trovarsi coinvolti in dissapori altrui, se poi i termini delle rivalse e rimproveri sono palesemente di parte o scorretti, diventa moralmente problematico restarsene fuori, neutrale. Avrebbe potuto anche fare l’osservatore esterno, un bird watcher (aveva prestato La Scimmia Nuda nella traduzione francese, ma non gli avevano ancora ritornato il libro), se fosse stato più pettegolo e meno linguista, più curioso e meno pedante. Capiva dove eveva origine quel battibecco che aveva portato allo schierarsi dei maschi in difesa dalle rimostranze se non accuse, con rinfacciamenti non proprio velati, delle donne; capiva perché c’era passato, il che lo rendeva insofferente a questo genere di litigi trasudanti rancore represso – perché si continuava a stare assieme quando ormai la coppia era di opposti? Perché, si chiedeva in una perplessità feroce, non si parla chiaramente, direttamente e nel dovuto momento? Perché si aspetta di essere saturi fino a scoppiare, inghiottendo e sputacchiando ogni tanto in faccia all’altro?

Perché ... probabilmente è banalmente umano: socialmente così è – e la psicologia & c. è lì ad aiutarvi dopo. Si raccomanda di usare il preservativo e si insiste nell’igiene orale, ma nessuno mai insegna come pulirsi propriamente il culo e interagire con il partner. Perché la coppia (famiglia) se nessuna regge, tiene, dura?

Questo l’uomo non lo aveva pensato quella sera: erano elucubrazioni passate, meditazioni d’altri giorni, pagine di diario già scritte. Una cicatrice; l’inane esperienza. Un buon senso che rasentava l’indifferenza, l’occhiata erratica.

Alla terza boccata l’aria aspirata attraverso il cilindro di tabacco s’era inumidita portando con sè il gusto buono del sigaro. “L’amore! – pensò l’uomo canzonatorio, soffiando compiaciuto il fumo del sigaro - Finché usiamo i sostantivi non andiamo molto in là con la concretizzazione del dermine; ok: una rosa è una rosa è una rosa, ma l’amore non è che astrazione, meno reale di un qualsiasi nanerottolo così di moda oggi nei fumetti. L’amore ... Me ne dia un tot!” Guardò la punta del sigaro e diede un’occhiata alla piazza: c’era ancora parecchia gente in giro, nel lato apposto, verso il lungomare, i tavolini del bar d’angolo all’aperto sembrano ancora tutti occupati. Si lasciò andare nell’assaporare il sigaro, se continuava a far lavorare il cervello perdeva il piacere della fumata – non gli riusciva di concentrasi su più cose contemporaneamente, e poi il saggio diceva: ”Se mangi, mangia, se bevi ...”. E amore era amare; e amare era che? Continuò a fumare appoggiandosi allo schienale basso e scomodo della panchina e allungandovi il braccio sinistro, si sentiva soddisfatto ma senza un oggetto o motivo definito; tenendo il sigaro tra le labbra distese l’altro braccio sulla schienale e stese le gambe leggermente divaricate; e tese i muscoli più volte sentendo scricchiolii che lo fecero sorridere e per poco cadere il sigaro dalla bocca.

Affermazioni, interrogativi e sarcasmi della serata gli ritornavano alla memoria e s’accorse che il verbo usato non era amare bensì voler bene a. Sinonimi, ma non con significati simili. E non è una caratteristica della lingua italiana d’aver almeno due lessemi per “amare”, ma ogni scimmia sul proprio ramo – e l’uomo tolse il mozzicone di sigaro di bocca, senza staccare il gomito dallo schienale della panchina, e sospirò. “C’è il sinonimo di lieben o solo fraintendimenti e incomprensioni?”

Il pezzettino di sigaro s’era spento, l’uomo era rimasto a braccia spalancate e gambe, in calzoni chiari, distese a guardare la gente passare fuori della piazza. Un altro bicchierino ..., no, bastava un’acqua e menta gelata, dopo, a casa, amore mio, ché l’amore è sempre mio. Ottenebrati!

Non c’era niente come le notti d’estate per le ricordanze. “Me ama, me brama, me vol ben, me fa i corni.” Cosa ricordava poi? Quasi nulla: la calle stretta, il pettine e la spazzola con il dorso rosa di vellutino (regalo di che?), e un senso di stupore per lo sciupìo gratuito di così tante margherite. “Me ama, me brama. ...” - e i bianchi minuscoli petali del fiore venivano strappati, finchè fra le dita di sua cugina restava solo il piccolo bottone giallo – “me vol ben, ...”.  L’aveva amata? No – parola troppo grossa per un sentimento così repentino – ma “bramata” sì, benchè anche qui, per quel che ricordava, era un desiderio vago che non arrivava alla concupiscenza; e non le aveva voluto bene ché allora non ne conosceva il signifacato, il sentire. Quanto a tradirla ... Non le aveva nemmeno dato un bacio, Lory lo attraeva e lo intimidiva, dopotutto aveva un anno più di lui.

Succhiò lo spuntone spento del sigaro, sorridendo vago: non ricordava il volto di sua cugina, vedeva la stretta calle in fondo alla quale c’era la casa della zia, l’appartamento all’ultimo piano. Non si erano più incontrati dal primo o secondo anno delle superiori –una vita. “Me ama, me brama, ...” Chi, ora? Amare: cioè?

E le voci litigiose, le frasi recriminatorie, i gesti spazientiti del dopo cena ritornarono alla mente come un improvviso soffio di vento, sgradevole. Ma si erano mai amate quelle coppie? A loro modo, come ora si sopportavano, rancorose, ognuno per propri motivi, e giustificazioni. L’odio che stava per entrare in scena; l’odio: l’altra faccia dell’amore, si dice. Cominciamo da qui, dall’altra faccia dell’amore? Dal voler male invece che voler bene? La “brama” sembrava però restare. Accavallò le gambe, ma desistette riallungandole: faceva caldo, la brezza di mare si sarebbe levata più tardi. Non amava l’umidità; non amava un sacco di cose, probabilmente non amava alcunchè, né alcuno. Sbuffò – “Amare. E scosse la testa scettico, irrisorio, supponente. “... poco poco, me fa i corni.” Trattenne la risatina per non far cadere il mozzicone di sigaro che teneva incollato all’angolo della bocca, “Ed è qui che ti voglio! Partiamo da una foia erotica per arrivare a un amore che è lavare i piatti a turno (lavastoviglie non permettendo). Ebeti. E se i due chiamassero le cose con il loro nome? E se la gente non si dimenticasse della realtà delle cose? E se dicessimo pane al pane o, meglio, molto meglio, non inventassimo-dicessimo parole preservativo?” Fece una smorfia levandosi il mozzicone di bocca – il vocabolo gli era venuto lì quasi ovvio nel contesto di pensieri sessuali, ma non gli piaceva né rendeva l’idea di obnubilamento, “Che è il contrario di disvelamento; togliamo i veli e non solo le mutande, perdiana!” L’imprecazione, volutamente formale e piana, lo fece sospirare mentre si raddrizzava contro lo schienale della panchina. “L’amore è una cosa meravigliosa; sempre? Prima? Dopo? Durante? Prima e dopo di che? Oddio, sto perdendo il filo.” Gli era sembrato così semplice fare lo schemino, bianco su nero, nella sua lavagna mentale mentre gli altri per poco non si accapigliavano; ora ebbe una sensazione di smarrimento, di impasse –beh, non c’era riuscito nemmeno Platone a definirlo l’amore ... Duemila anni fa, comunque. “ora, solitamente, i filosofi, o che dir si voglia, moderni prendono il lemma da trattare, come fosse una cavia, e lo sezionano in sintagmi qurdando nel dizinario; quelli che vogliono parere più informati, più sapienti, più eruditi, più nella verità, vanno a ricercare le origini indo-europee del vocabolo, e quindi se il significato è quello lì: zitti, buoni e ascoltate la lezione! Che valore ha (nemmeno voglio parlare di importanza) sapere che cosmos = ordine del mondo, deriva da < file ordinate di soldati < ordinati decorativamente, come < i fregi per le redini di un cavallo, cioè (fine corsa) < gli ornamenti per i capelli di donna = crocchio. Quindi, ragazzi, quando parlate di cosmo ora sapete che in origine era un chignon pre-socratico. Et gaudete parguli!” Mosse la testa sconsolatamente, quasi stesse recitando.

Il fare come dire o il dire come fare? “Fare all’amore: si può essere più, più insensati? O forse è così che l’ineffabile viene finalmente detto; però nessuno sembra accorgersi che l’amore del fare è lo stesso del dire, e quasi nulla ha in comune con il voler bene. Se mi ami perché vuoi e vogliamo fare all’amore, il voler bene è un misto di ringraziamento e nostalgia del bene (godimento) ottenuto. Il ragionamento sarebbe più chiaro se usassimo sinonimi ben marcati invece di usare uno stesso lemma omnicomprensivo.” Lambì con la lingua il mozzicone di sigaro che si stava infradiciando: gli piaceva quel gusto dolciatro amarognolo acre; gli vennero alla memoria immagini di argini alti e campi con sparsi alberi e silenzi, forse perché i suoi primi e gli ultimi toscani li aveva fumati in campagna, il sigaro che lo rimandava al giallo del fieno e all’odore di stalla. “Di mucche, i cavalli hanno altro odore.” E veloce come un rewind si ricordò della storiella del passero tradito che spara alla compagna (passera, ovviamente, che è un’allegoria – o metafora? – della vulva) uccidendola, con la morale esopica: “Quando l’uccello tira, sì che è vero amore!” Ridacchio silente – incredibile come alcune frasi rimangano impresse nella mente, quel che non gli riusciva era ricordare barzellette – “e molto altro”, si rammaricò.

“Perché mai c’è tutto questo bisogno di amore parlato, detto, vaneggiato? Se l’amore che vogliamo è attenzione e cura, o voluttà e sesso, o predilezione ed egoismo, o stolida abnegazione (alcuni non potendo essere felici, trovano più facile e rapido soffrire), chiamiamoli, palesiamoli con il loro nome, e cognome! Amo, amo, amo a cominciare dai propri genitori per finire al cane, dal proprio lavoro alla pizza, dal ballare alla pesca, da Dio ai panda; tutta una profusione d’amore come bibite analcoliche al supermercato: così uguali, così diverse! Se Abelardo chiede ad Eloisa se lo ama ancora, che cosa realmente chiede & vuol sapere?” Si immaginò a scrivere sulla lavagna (ma perché ora la vedeva verde?) le quattro risposte di prammamita, a-b-c-d, per i test  a scelta multipla: a) sarai ancora la mia domestica?; b) sei disponibile per un amplesso?; c) continui a pensare che sono un grande scrittore?; d) mi perdoni se sono stato con bagasce spendendo i tuoi soldi? Potevano essere veritiere tutte e quattro, no good ! Ecco, e se lei risponde: “Ti voglio ancora bene.” Che cosa gli nega o che cosa ancora concederà e farà per Abelarduccio suo? a) le faccende domestiche; b) decidere quando fornicare; c) dargli fiducia e stima; d) essergli fedele. “Dunque non mi ami più?”, è sempre Abelardo a chiedere, questa volta più drammaticamente, ovverossia furbescamente poiché ha compreso che qualcosa è rimasto del primitivo Amore (con la maiuscola, tanto per capirci) e quindi gioca la sdolcinata carta romantica, quindi da titubante diventa viscido, “E quindi la battuta come la si dovrebbe proferire? Con voce un pochino tremula, sguardo fra l’umile e lo speranzoso, spalle curvate in avanti. Ciack! Ma che vado a pensare!” L‘uomo rimproverò se stesso per quelle divagazioni ... ovvie in una notte d’estate, la pancia ancora pesante per la cena prolungata e nessun ascoltatore o interlocutore che reclamasse coerenza. In prima serata ce n’erano anche troppi, ma inaciditi, pronti a rifarsi sul primo ignaro cane di passaggio. Come diceva saggiamente l’adagio : fra moglie e marito non mettere il dito, né un grissino.

“Dio li fa e poi li accoppia.” Il detto si adattava perfettamente alla coppia che stava percorrendo la piazza allontanandosi perpendicolarmente dall’uomo che li osservava sorridendo mesto. “Due ciliege; meglio, due pesche.” I due erano bassini e grassotelli, abbracciati alle spalle: le loro circonferenze non permettevano un allacciamento ai fianchi. “Due puffi, due puffi in amore.” Sorrise fra l’illanguidito e il riflessivo. “Due puffi puffanti puffosamente.” Rise breve, ma di gusto. “Io puffo, tu puffi, egli ... Non ti puffo più! Ecco: i sinonimi che divenivano omonimi, e forse questo avrebbe reso la discussione della serata meno turbolenta e più chiara. Certo, perché almeno le sfumature degli amare e voler bene e preoccuparti di me e convivere avrebbero rimandato direttamente al concreto fare nella comprensione del contesto del battibecco. Non puffiamo più come prima avrebbe voluto dire che ...? Che puffo e puffo: non puffi più no! Beh, in pratica era avvenuto lo stesso perché si erano usati indifferentemente i sinonimi e le ramificazioni del significato di amore/amare aumentando l’incomprensione, anzi l’irrigidimento delle posizioni dei protagonisti litigiosi. Che puffata!” La coppia era sparita alla vista; diede l’ultima lappata allo spuntone di sigaro ormai divenuto molle per la salivazione. Che cosa avrebbe potuto dire per razionalizzare la discussione, per rendere meno inane lo scambio di recriminazioni, biasimi, invettive e insolenze? Adesso che ci ripensava: nulla. Non stavano cercando di risolvere un problema, ma di porre in tavola la questione – this is the question – che forse non ammetteva soluzioni, per lo meno matematiche, ossia razionali. L’emotività è in sé irrazionale, figuriamoci quando il fuoco del rancore la vivifica, la galvanizza. Si congratulò di non essere intervenuto nella discussione; non era parte in causa, benché razionalmente ... “Agh, come calmare a parole suadenti due cani che si azzuffano!” Probabilmente avrebbe gettato acqua sul fuoco, ottenendone un effetto contrario. “Amare, con l’affilata lama della lingua pronta a colpire, a ferire.” Quante volte si era trovato lui stesso nell’impossibilità di mettere il diverbio sul piano, sui binari, dello scambio di idee. Lanciarsi accuse verbali, più contundenti di pietre, serviva unicamente a farsi male; ma tanto era: a barca affondata non serve sassola, come si diceva lì, in quel ridente villaggio di pescatori. Si poteva anche aggiungere che: tutti i nodi vengono al pettine – e fanno male incontrandoli pettinandosi. E allora, che fare? Lui che cosa aveva fatto? Che cosa aveva detto? Come aveva risolto il problema? Gordianamente. Magari! Con il senno di poi, certamente. “Perché amare in fondo cos’è? Obnubilamento.” Ripetè il vocabolo a fior di labbra, prolungando la sonara b staccata dalla n. “Ma non è nemmeno questo ché nel gioco si ha lo stesso meccanismo di perdita della coscienza e della realtà, fine a se stesso: si gioca per giocare, per il piacere di, mentre nello scambio di amore sembra implicito un tempo senza fine –Ti Amerò per Sempre, Eterno Amore – e un ricavo proveniente da fantasie e sogni per lo più inespressi. Due cuori e una capanna non regge nemmeno nella convivenza di una coppia di criceti. Un mito, fra i tanti.” Assenti a se stesso scuotendo la testa.

Il pezzetto di tabacco umido gli si era appiccicato ai due polpastelli del pollice e indice sinistro; si guardò intorno per individuare un cestino per le immondizie. Io amo la mia città! Con un cuore rosso scuro disegnato a sostutuire iconicamente il verbo. “Amare era anche quello: un cuore, e buone maniere, un certo rispetto, diciamo. Quindi se amo la mia città devo muovere il culo fino al cestino invece di lasciare cadere questa poltiglia di tabacco qui al suolo fra i tanti mozziconi gialli di sigaretta. La amo,  non la amo, poco poco, non me ne frega proprio, ...” Si alzò, ma conseguì a mettersi in piedi solo con il secondo scatto di reni; il cestino era stracolmo di involti di plastica e coppette di gelato, in una di queste lasciò cadere il minuscolo resto del sigaro, sospirando. “Se mi compri un gelato – canticchiando a bocca chiusa si diresse verso il lungomare – che sia proprio gelato, con le labbra gelate, sì, sì, a cuore a cuore ti bacerò!” Ecco, questo era parlare chiaro, semplice, diretto: do ut des. Il lungomare era deserto; e il mare non si vedeva né si udiva: era un lungomare senza orizzonti, come i flirt estivi; e quelli che sembravano alberi, erano arbusti cresciuti di “tamerici salmastre ed arse”, recitò fra sé, non ricordando nessuna Ermione in particolare, ma le figlie che gareggiavano nelle minuscole biciclette in un lungomare altrettanto deserto nel sole di primavera. Le amava? Bloody Hell! Aveva avuto un battibecco furioso in inglese, yes!, sull’argomento, con un’irritazione in crescendo perché non vedeva il nesso fra il suo amore paterno leggermente differenziato verso le figlie, e quello scoppio di ira biliosa della sua che? Innamorata? “Figuriamoci se mi odiava! Sei in love con qualcuno, make love con il medesimo, ti scambi worlds of love, e poi gli pianti le dita sugli occhi perchè non ama alcuni come altri avrebbero, long long time ago, dovuto lieben dich! Jesus.” E ricordava come subitamente nel suo dietrofront e allontanamento veloce nella direzione opposta, imprecando in due lingue, si fosse reso conto che lì di amore non ci fosse nemmeno il vuoto a perdere. E l’altra che prima piantava grane, si incazzava, ti sputava più o meno metaforicamente in faccia e poi, poi voleva fare la pace, a letto. Amore: che cosa meravigliosa!

L’aria s’era fatta fresca e umida, l’uomo srotolò le maniche della camicia, ma non le abbottonò; avrebbe fatto un ampio giro, “itinerario B”, per tornare all’appartamento, e avrebbe mangiato della frutta: aveva gola e bocca secche, quasi avesse parlato ad alta voce, ”L’amore certe volte è seccante”, pensò, e rise scioccamente del banale calembour, il che lo fece tossire.

Servono i casi personali? Creano rumore nell’analisi, benchè, ovviamente, il proprio vissuto condiziona, più o meno inconsciamente, non solo le conclusioni, ma la ricerca stessa; fatalmente si cerca la conferma della propria idea, teoria, tesi iniziale, si accumulano giustificazioni, esempi, fatti: “... e la gallina che ripete il suo verso”. Non è la risposta a un problem solving, bensì la giustificazione della propria personale soluzione, che può funzionare, concretamente. Se i sostantivi divenissero verbi, se il dire venisse dal concreto fare espletato, ci sarebbe una comprensione o intelligibilità maggiore, ma la chiarezza, ovvero la unidirezionalità del significato avrebbe sempre la variante della decodificazione del ricevente; è un po’, tanto per capirci, come le traduzioni elettroniche con i loro risibili strafalcioni. “Ma anche l’atto in sé non sfugge a interpretazioni multiple e divergenti, anzi la stessa azione ha motivazioni ambigue, come il monaco del Padiglione d’oro che corre dalla madre in visita perché prima la incontra e prima finisce la visita, o il perverso protagonista dell’Arancia Meccanica, che s’appasiona alla lettura del Vangelo dilettandosi del racconto della crocifissione ... Inanità della conoscenza? La Verità che è un coacervo di verità disparate e talora in conflitto tra loro? E perché io me la devo prendere per l’ottusità o ignoranza o cecità o immaturità o imbecillità altri?”

Espirò prolungatamente quasi che con l’aria che faceva uscire dai polmoni se ne andassero le tossine del suo malessere. “Chi più capisce, più patisce. La nonna aveva, ha ragione; resta la pena e l’irritazione dopo aver gustato il frutto della conoscenza. Cacchio! Com’era simile alla conoscenza carnale, e l’espressione doveva essere nella Bibbia ... la conobbe o qualcosa del genere. Bellissimo; sublime! E la sciagurata rispose. Altra sintesi che è ... è un ipertesto, no, cioè simile a un link ... Rispose ... sciagurata ... conoscenza ...” Gli venne voglia di cantare, gli punse vaghezza di saltare sul muretto che fiancheggiava, basso, il largo marciapiede, ma desistì nella consapevolezza delle ginocchia arrugginite. “I’m just mad for Saffron, Saffron is mad about me, I’m just ... They call me mellow yellow ... Quite right ... Conoscenza! Ed ora che sappiamo tutto, scivoliamo sulle bucce di banana del tedio, della ripetitività, del già etc. etc. Scrivere poesia d’amore a 33 anni, a 44, a ... per la 3ª, 4ª, 8ª innamorata: è possibile? Che amore è mai? Che innamoramento può essere? Che – sogghignò – afflato? I’m mad about Saffron ...” Cantinuò a canticchiare facendo isolati passi di danza intrecciando i piedi, fosse stato con qualcuno si sarebbe esibito, ma solo, nella notte, alla sua età: più pazzo che ubriaco lo avrebbero giudicato; non che se ne importasse, ma l’irritazione che ancora gli pesava nello stomaco lo rendeva propenso a mandare a qual paese qualsiasi persona avesse commentato il suo fare – benchè non ci fosse anima viva .. o perché appunto non c’era pubblico? Yin e Yang; comunque aveva già dato in fatto di pazziare, un po’ di calmo anonimato o calma scialba era da preferire ora, non per stanchezza ma per una certa noia o inanità.

Era già passato sgassando il solito idiota inibito sessuale, poco importa se con o senza una femmina a lato – metti un tigre nel motore e il cervello al macero. Percorse il doppio passaggio pedonale e s’avviò nel silenzio dell’esiguo marcepiede e la penombra di alberi esili che lo costringevano  comunque a passare di sgembo – con tutto lo spazio che avevano avuto a disposizione cinquant’anni prima! Non avrebbe incontrato nessuno di sua conoscenza: a quell’ora o dormivano o sedevano stravaccati guardando torpidi il televisore o sedevano al computer cliccando cliccando ... “Gran bella cosa internet, ma era come il vino: l’abuso intontiva.” Girò l’angolo, la via dei negozi era deserta, le vetrine già oscurate ché ormai l’unico interessato era la guardia notturna; una minuscola pizzeria al taglio ancora ospitava alcuni giovani che parlottavano trascicando esclamazioni. La maggior parte delle vetrine metteva in mostra articoli femminili: non perché le donne amino  far shopping, ma perché godono naturalmente, non è una loro perversione, no, farsi invidiare dalle amiche, conoscenti e sconosciute. Amare/godere: sinonimia o consequenzialità? Se amo, devo godere, e se godo ... forse sto banalmente abbuffandomi di pizza al taglio. “Amore come palliativo, placebo o droga figli-dei-fiori-che-non-pensano-al-domani? Nel dare o nel ricevere? Poiché una cosa è amare e, ben altra, essere amati. Finchè dura; in ogni caso lo stato di grazia, o disgrazia o ottundimento finisce, come le vacanze, e la colpa del ritrovarsi nella quotidianità becera e piatta, che poi è quella di prima dell’innamoramento né più né meno, ricade sullo sventurato e probabilmente innocente partner che non ama più come prima. Me ama, me brama e via di seguito, non volendo rendersi conto che tutto passa e va, non solo, ma che la stessa pappa diaria – caviale o ceci – viene a noia e comunque se ne perde man mano il sentore. Che poi la stanchezza, la disattenzione, la sazietà facciano scoppiare la bolla di sapone, è logico, naturale, inconfutabile. Perché non lo si capisca e quindi ci si rifiuti di accettare la realtà e si faccia sempre e comununque ricadere la responsabilità sull’altro/a, penso sia una deficienza culturale, e linguistica se prendiamo la parola come vettore di concetti, di ideologia. Il dire che presuppone e implica un fare fantasmatico, vagheggiato, etereo, da romanzetto rosa. E già il rosa è trasudante ideologia e condizionamento per l’altra metà del cielo. Che compulsivamente viene a comprare i propri ammennicoli qui. Mese dopo mese; altro mistero: la moda.”

Si fermò a guardare l’ esposizione di bikini nella penombra d’una vetrina – bei disegni ... poi esterefatto si allontanò con uno sbuffo di incredulità: poteva essere che due straccetti costassero quanto un vestito maschile, completo di panciotto?

La gelateria all’angolo stava chiudendo; attraversò la strada. L’orologio-termometro segnava appena un grado in meno di prima, la brezza del mare qui non arrivava. Notte d’estate. Doveva decidersi ad entrare in acqua, ma da solo non trovava alcun piacere: era un mare per giocarci con l’acqua bassa e il fondale di sabbia fine. Giocarci con chi? Figuriamoci se la Regina Madre lasciava il proprio ruolo di polena pinta e ripinta per sguazzare nell’acqua non proprio limpida, mioddio!, del mare. Un’esclamazione di stizza gli increspò la fronte: finale di serata? Sbuffò prendendo le chiavi dalla tasca. Nei gradoni presso l’edificio una coppia giovane stava scombiandosi effusioni allacciata anche con gli arti inferiori mentre un’altra, più in là stava bisticciando animatamente cercando di non alzare la voce. “OM! Yoga o Kamasutra in jeans? Ed ecco lì un altro esempio, un altro anello della sempiterna catena del bisticcio amoroso. Che palle, però! A-mo-re.” Aprì il portone e ne accompagnò la chiusura automatica perché non facesse il solito sgradevole rumore di vetro e ferraglie. Si mise a sbuffettare facendo un po’ anche schiaccare le labbra un motivetto di cui non sapeva la provenienza; schiacciò il bottone di chiamata dell’ascensore. “Anche questa è fatta. - pensò quando fu nella gabbiola – Tenera è la notte; per chi dorme.”

 

Giancarlo Varagnolo

São Paulo, 3 maggio 2014.

·         La canzone citata è di Donovan.

·         L’altra è un surf  cantata da Mina.

 

 


“L’amore è non sapere di cosa
si sta parlando.”
 
Se era arrabbiato? Era furente. Stava per scoppiare. Le parole non pronunciate gli si rimestavano nello stomaco e le tempie gli pulsavano per le frasi che roteavano nella sua testa come trottole vorticanti multicolori. Imprecò a mezzo nell’aprire il portone d’ingresso dello stabile, ironicamente infastidito dal contrattempo nell’inserire la chiave che deviava la sua irritazione dal soggetto principale.
Davanti alla porta dell’ascensore emise uno sbuffo che somigliava ad un sospiro. Premette il bottone di chiamata blandamente e attese quietamente: la regolarità delle funzioni del mezzo ponevano le sue sensazioni in uno stato di stasi, di apoché, di vuoto mentale, gli accadeva in aereo, in autubus o metropolitana –sempre che non divesse tenersi allertato per scendere alla fermata desiderata; era “trasportato”, la velocità e il percorso e il tempo d’impiego non dipendeva da lui. Quando fu nell’appartamento scattò come una molla, meglio, come una di quelle palline superelasti che rimbalzanti infinitamente con un solo lancio.
“Imbecilli!” Ecco: finalmete poteva dirlo ad alta voce, poteva far uscire dal suo corpo un poco dell’ irritazione trattenuta. “Im-be-cil-li.”  Ma già era un sotto-voce; e poi una ripetizione senza suono, mentale. Scelse senza esitazione il tipo di sigaro fra i tre o quattro che giacevano nelle loro scatole: era da almeno un’ora che pregustava, no, che abbisognava di un paio di boccate di Toscano Extra Vecchio. E un gole di grappa, gelata.
“Amore ..., agh!” Riempì a metà il minuscolo bicchiere, lo portò al naso per inspirarne il profumo e quindi emise un respiro di soddisfazione nell’ assaporarlo un poco. Dalla finestra semiaperta entrava la musica ritmata lontana di una canzonetta. Intinse la punta del sigaro nel bicchiere e bevve facendo scorrere il liquore a rinfrescargli tutta la bocca, poi mise il sigaro fra le labbra.
Scendendo già altri pensieri gli fluttuavano in testa, dopotutto s’era liberato ... Beh, si poteva dire che gli era impellente sputare un bolo di saliva e lo aveva fatto; punto.
Il viale era silenzioso e deserto, mezzanotte passata, ma era estate; all’inizio del viale v’era una pizzeria take away  con parecchi clienti, gruppetti di giovani se ne stavono in piedi chiacchierando nello spiazzo di fronte. L’uomo girò sulla destra senza guardare nessuno, curioso solo di leggere la temperatura nell’orologio digitale all’angolo della piazza che ora gli si allungava a lato. +23º : non molto per una notte di piena estate.
Fu fortunato a trovare una panchina libera tutta per lui: la “puzza” del sigaro – fumato da altri - non era gradita nemmeno a lui; l’accese.
“Amore ... amare ...” Come si fosse arrivati a parlare su tale argomento, a discettare, non se lo ricordava; era stata un’esplosione quasi improvvisa con tutti che volevano dire la loro. Tutti i commensali della tavolata al ristorante, i suoi amici che programmavano una cena fuori almeno ogni due settimane, ed era la calda estate ... Coppie di amici, o amici accoppiati ... “maschio e femmina che vivono insieme, per copulare o per aver già consumato”. La fortuna di essere single lo salvava dalla divisione di pizze, bibite e scambi veloci ma pungenti ed acri con l’altra metà; quella sera s’era trovato nell’occhio del ciclone Amare Significa, con acquazzoni sparsi di Amare È  e grandinate di Quello Non È Amore.  Se si fosse stati all’aperto e lui avesse avuto qualcosa da fumare, probabilmente non sarebbe intervenuto nella discussione e certamente avrebbe non ascoltato. È abbastanza sgradevole trovarsi coinvolti in dissapori altrui, se poi i termini delle rivalse e rimproveri sono palesemente di parte o scorretti, diventa moralmente problematico restarsene fuori, neutrale. Avrebbe potuto anche fare l’osservatore esterno, un bird watcher (aveva prestato La Scimmia Nuda nella traduzione francese, ma non gli avevano ancora ritornato il libro), se fosse stato più pettegolo e meno linguista, più curioso e meno pedante. Capiva dove eveva origine quel battibecco che aveva portato allo schierarsi dei maschi in difesa dalle rimostranze se non accuse, con rinfacciamenti non proprio velati, delle donne; capiva perché c’era passato, il che lo rendeva insofferente a questo genere di litigi trasudanti rancore represso – perché si continuava a stare assieme quando ormai la coppia era di opposti? Perché, si chiedeva in una perplessità feroce, non si parla chiaramente, direttamente e nel dovuto momento? Perché si aspetta di essere saturi fino a scoppiare, inghiottendo e sputacchiando ogni tanto in faccia all’altro?
Perché ... probabilmente è banalmente umano: socialmente così è – e la psicologia & c. è lì ad aiutarvi dopo. Si raccomanda di usare il preservativo e si insiste nell’igiene orale, ma nessuno mai insegna come pulirsi propriamente il culo e interagire con il partner. Perché la coppia (famiglia) se nessuna regge, tiene, dura?
Questo l’uomo non lo aveva pensato quella sera: erano elucubrazioni passate, meditazioni d’altri giorni, pagine di diario già scritte. Una cicatrice; l’inane esperienza. Un buon senso che rasentava l’indifferenza, l’occhiata erratica.
Alla terza boccata l’aria aspirata attraverso il cilindro di tabacco s’era inumidita portando con sè il gusto buono del sigaro. “L’amore! – pensò l’uomo canzonatorio, soffiando compiaciuto il fumo del sigaro - Finché usiamo i sostantivi non andiamo molto in là con la concretizzazione del dermine; ok: una rosa è una rosa è una rosa, ma l’amore non è che astrazione, meno reale di un qualsiasi nanerottolo così di moda oggi nei fumetti. L’amore ... Me ne dia un tot!” Guardò la punta del sigaro e diede un’occhiata alla piazza: c’era ancora parecchia gente in giro, nel lato apposto, verso il lungomare, i tavolini del bar d’angolo all’aperto sembrano ancora tutti occupati. Si lasciò andare nell’assaporare il sigaro, se continuava a far lavorare il cervello perdeva il piacere della fumata – non gli riusciva di concentrasi su più cose contemporaneamente, e poi il saggio diceva: ”Se mangi, mangia, se bevi ...”. E amore era amare; e amare era che? Continuò a fumare appoggiandosi allo schienale basso e scomodo della panchina e allungandovi il braccio sinistro, si sentiva soddisfatto ma senza un oggetto o motivo definito; tenendo il sigaro tra le labbra distese l’altro braccio sulla schienale e stese le gambe leggermente divaricate; e tese i muscoli più volte sentendo scricchiolii che lo fecero sorridere e per poco cadere il sigaro dalla bocca.
Affermazioni, interrogativi e sarcasmi della serata gli ritornavano alla memoria e s’accorse che il verbo usato non era amare bensì voler bene a. Sinonimi, ma non con significati simili. E non è una caratteristica della lingua italiana d’aver almeno due lessemi per “amare”, ma ogni scimmia sul proprio ramo – e l’uomo tolse il mozzicone di sigaro di bocca, senza staccare il gomito dallo schienale della panchina, e sospirò. “C’è il sinonimo di lieben o solo fraintendimenti e incomprensioni?”
Il pezzettino di sigaro s’era spento, l’uomo era rimasto a braccia spalancate e gambe, in calzoni chiari, distese a guardare la gente passare fuori della piazza. Un altro bicchierino ..., no, bastava un’acqua e menta gelata, dopo, a casa, amore mio, ché l’amore è sempre mio. Ottenebrati!
Non c’era niente come le notti d’estate per le ricordanze. “Me ama, me brama, me vol ben, me fa i corni.” Cosa ricordava poi? Quasi nulla: la calle stretta, il pettine e la spazzola con il dorso rosa di vellutino (regalo di che?), e un senso di stupore per lo sciupìo gratuito di così tante margherite. “Me ama, me brama. ...” - e i bianchi minuscoli petali del fiore venivano strappati, finchè fra le dita di sua cugina restava solo il piccolo bottone giallo – “me vol ben, ...”.  L’aveva amata? No – parola troppo grossa per un sentimento così repentino – ma “bramata” sì, benchè anche qui, per quel che ricordava, era un desiderio vago che non arrivava alla concupiscenza; e non le aveva voluto bene ché allora non ne conosceva il signifacato, il sentire. Quanto a tradirla ... Non le aveva nemmeno dato un bacio, Lory lo attraeva e lo intimidiva, dopotutto aveva un anno più di lui.
Succhiò lo spuntone spento del sigaro, sorridendo vago: non ricordava il volto di sua cugina, vedeva la stretta calle in fondo alla quale c’era la casa della zia, l’appartamento all’ultimo piano. Non si erano più incontrati dal primo o secondo anno delle superiori –una vita. “Me ama, me brama, ...” Chi, ora? Amare: cioè?
E le voci litigiose, le frasi recriminatorie, i gesti spazientiti del dopo cena ritornarono alla mente come un improvviso soffio di vento, sgradevole. Ma si erano mai amate quelle coppie? A loro modo, come ora si sopportavano, rancorose, ognuno per propri motivi, e giustificazioni. L’odio che stava per entrare in scena; l’odio: l’altra faccia dell’amore, si dice. Cominciamo da qui, dall’altra faccia dell’amore? Dal voler male invece che voler bene? La “brama” sembrava però restare. Accavallò le gambe, ma desistette riallungandole: faceva caldo, la brezza di mare si sarebbe levata più tardi. Non amava l’umidità; non amava un sacco di cose, probabilmente non amava alcunchè, né alcuno. Sbuffò – “Amare. E scosse la testa scettico, irrisorio, supponente. “... poco poco, me fa i corni.” Trattenne la risatina per non far cadere il mozzicone di sigaro che teneva incollato all’angolo della bocca, “Ed è qui che ti voglio! Partiamo da una foia erotica per arrivare a un amore che è lavare i piatti a turno (lavastoviglie non permettendo). Ebeti. E se i due chiamassero le cose con il loro nome? E se la gente non si dimenticasse della realtà delle cose? E se dicessimo pane al pane o, meglio, molto meglio, non inventassimo-dicessimo parole preservativo?” Fece una smorfia levandosi il mozzicone di bocca – il vocabolo gli era venuto lì quasi ovvio nel contesto di pensieri sessuali, ma non gli piaceva né rendeva l’idea di obnubilamento, “Che è il contrario di disvelamento; togliamo i veli e non solo le mutande, perdiana!” L’imprecazione, volutamente formale e piana, lo fece sospirare mentre si raddrizzava contro lo schienale della panchina. “L’amore è una cosa meravigliosa; sempre? Prima? Dopo? Durante? Prima e dopo di che? Oddio, sto perdendo il filo.” Gli era sembrato così semplice fare lo schemino, bianco su nero, nella sua lavagna mentale mentre gli altri per poco non si accapigliavano; ora ebbe una sensazione di smarrimento, di impasse –beh, non c’era riuscito nemmeno Platone a definirlo l’amore ... Duemila anni fa, comunque. “ora, solitamente, i filosofi, o che dir si voglia, moderni prendono il lemma da trattare, come fosse una cavia, e lo sezionano in sintagmi qurdando nel dizinario; quelli che vogliono parere più informati, più sapienti, più eruditi, più nella verità, vanno a ricercare le origini indo-europee del vocabolo, e quindi se il significato è quello lì: zitti, buoni e ascoltate la lezione! Che valore ha (nemmeno voglio parlare di importanza) sapere che cosmos = ordine del mondo, deriva da < file ordinate di soldati < ordinati decorativamente, come < i fregi per le redini di un cavallo, cioè (fine corsa) < gli ornamenti per i capelli di donna = crocchio. Quindi, ragazzi, quando parlate di cosmo ora sapete che in origine era un chignon pre-socratico. Et gaudete parguli!” Mosse la testa sconsolatamente, quasi stesse recitando.
Il fare come dire o il dire come fare? “Fare all’amore: si può essere più, più insensati? O forse è così che l’ineffabile viene finalmente detto; però nessuno sembra accorgersi che l’amore del fare è lo stesso del dire, e quasi nulla ha in comune con il voler bene. Se mi ami perché vuoi e vogliamo fare all’amore, il voler bene è un misto di ringraziamento e nostalgia del bene (godimento) ottenuto. Il ragionamento sarebbe più chiaro se usassimo sinonimi ben marcati invece di usare uno stesso lemma omnicomprensivo.” Lambì con la lingua il mozzicone di sigaro che si stava infradiciando: gli piaceva quel gusto dolciatro amarognolo acre; gli vennero alla memoria immagini di argini alti e campi con sparsi alberi e silenzi, forse perché i suoi primi e gli ultimi toscani li aveva fumati in campagna, il sigaro che lo rimandava al giallo del fieno e all’odore di stalla. “Di mucche, i cavalli hanno altro odore.” E veloce come un rewind si ricordò della storiella del passero tradito che spara alla compagna (passera, ovviamente, che è un’allegoria – o metafora? – della vulva) uccidendola, con la morale esopica: “Quando l’uccello tira, sì che è vero amore!” Ridacchio silente – incredibile come alcune frasi rimangano impresse nella mente, quel che non gli riusciva era ricordare barzellette – “e molto altro”, si rammaricò.
“Perché mai c’è tutto questo bisogno di amore parlato, detto, vaneggiato? Se l’amore che vogliamo è attenzione e cura, o voluttà e sesso, o predilezione ed egoismo, o stolida abnegazione (alcuni non potendo essere felici, trovano più facile e rapido soffrire), chiamiamoli, palesiamoli con il loro nome, e cognome! Amo, amo, amo a cominciare dai propri genitori per finire al cane, dal proprio lavoro alla pizza, dal ballare alla pesca, da Dio ai panda; tutta una profusione d’amore come bibite analcoliche al supermercato: così uguali, così diverse! Se Abelardo chiede ad Eloisa se lo ama ancora, che cosa realmente chiede & vuol sapere?” Si immaginò a scrivere sulla lavagna (ma perché ora la vedeva verde?) le quattro risposte di prammamita, a-b-c-d, per i test  a scelta multipla: a) sarai ancora la mia domestica?; b) sei disponibile per un amplesso?; c) continui a pensare che sono un grande scrittore?; d) mi perdoni se sono stato con bagasce spendendo i tuoi soldi? Potevano essere veritiere tutte e quattro, no good ! Ecco, e se lei risponde: “Ti voglio ancora bene.” Che cosa gli nega o che cosa ancora concederà e farà per Abelarduccio suo? a) le faccende domestiche; b) decidere quando fornicare; c) dargli fiducia e stima; d) essergli fedele. “Dunque non mi ami più?”, è sempre Abelardo a chiedere, questa volta più drammaticamente, ovverossia furbescamente poiché ha compreso che qualcosa è rimasto del primitivo Amore (con la maiuscola, tanto per capirci) e quindi gioca la sdolcinata carta romantica, quindi da titubante diventa viscido, “E quindi la battuta come la si dovrebbe proferire? Con voce un pochino tremula, sguardo fra l’umile e lo speranzoso, spalle curvate in avanti. Ciack! Ma che vado a pensare!” L‘uomo rimproverò se stesso per quelle divagazioni ... ovvie in una notte d’estate, la pancia ancora pesante per la cena prolungata e nessun ascoltatore o interlocutore che reclamasse coerenza. In prima serata ce n’erano anche troppi, ma inaciditi, pronti a rifarsi sul primo ignaro cane di passaggio. Come diceva saggiamente l’adagio : fra moglie e marito non mettere il dito, né un grissino.
“Dio li fa e poi li accoppia.” Il detto si adattava perfettamente alla coppia che stava percorrendo la piazza allontanandosi perpendicolarmente dall’uomo che li osservava sorridendo mesto. “Due ciliege; meglio, due pesche.” I due erano bassini e grassotelli, abbracciati alle spalle: le loro circonferenze non permettevano un allacciamento ai fianchi. “Due puffi, due puffi in amore.” Sorrise fra l’illanguidito e il riflessivo. “Due puffi puffanti puffosamente.” Rise breve, ma di gusto. “Io puffo, tu puffi, egli ... Non ti puffo più! Ecco: i sinonimi che divenivano omonimi, e forse questo avrebbe reso la discussione della serata meno turbolenta e più chiara. Certo, perché almeno le sfumature degli amare e voler bene e preoccuparti di me e convivere avrebbero rimandato direttamente al concreto fare nella comprensione del contesto del battibecco. Non puffiamo più come prima avrebbe voluto dire che ...? Che puffo e puffo: non puffi più no! Beh, in pratica era avvenuto lo stesso perché si erano usati indifferentemente i sinonimi e le ramificazioni del significato di amore/amare aumentando l’incomprensione, anzi l’irrigidimento delle posizioni dei protagonisti litigiosi. Che puffata!” La coppia era sparita alla vista; diede l’ultima lappata allo spuntone di sigaro ormai divenuto molle per la salivazione. Che cosa avrebbe potuto dire per razionalizzare la discussione, per rendere meno inane lo scambio di recriminazioni, biasimi, invettive e insolenze? Adesso che ci ripensava: nulla. Non stavano cercando di risolvere un problema, ma di porre in tavola la questione – this is the question – che forse non ammetteva soluzioni, per lo meno matematiche, ossia razionali. L’emotività è in sé irrazionale, figuriamoci quando il fuoco del rancore la vivifica, la galvanizza. Si congratulò di non essere intervenuto nella discussione; non era parte in causa, benché razionalmente ... “Agh, come calmare a parole suadenti due cani che si azzuffano!” Probabilmente avrebbe gettato acqua sul fuoco, ottenendone un effetto contrario. “Amare, con l’affilata lama della lingua pronta a colpire, a ferire.” Quante volte si era trovato lui stesso nell’impossibilità di mettere il diverbio sul piano, sui binari, dello scambio di idee. Lanciarsi accuse verbali, più contundenti di pietre, serviva unicamente a farsi male; ma tanto era: a barca affondata non serve sassola, come si diceva lì, in quel ridente villaggio di pescatori. Si poteva anche aggiungere che: tutti i nodi vengono al pettine – e fanno male incontrandoli pettinandosi. E allora, che fare? Lui che cosa aveva fatto? Che cosa aveva detto? Come aveva risolto il problema? Gordianamente. Magari! Con il senno di poi, certamente. “Perché amare in fondo cos’è? Obnubilamento.” Ripetè il vocabolo a fior di labbra, prolungando la sonara b staccata dalla n. “Ma non è nemmeno questo ché nel gioco si ha lo stesso meccanismo di perdita della coscienza e della realtà, fine a se stesso: si gioca per giocare, per il piacere di, mentre nello scambio di amore sembra implicito un tempo senza fine –Ti Amerò per Sempre, Eterno Amore – e un ricavo proveniente da fantasie e sogni per lo più inespressi. Due cuori e una capanna non regge nemmeno nella convivenza di una coppia di criceti. Un mito, fra i tanti.” Assenti a se stesso scuotendo la testa.
Il pezzetto di tabacco umido gli si era appiccicato ai due polpastelli del pollice e indice sinistro; si guardò intorno per individuare un cestino per le immondizie. Io amo la mia città! Con un cuore rosso scuro disegnato a sostutuire iconicamente il verbo. “Amare era anche quello: un cuore, e buone maniere, un certo rispetto, diciamo. Quindi se amo la mia città devo muovere il culo fino al cestino invece di lasciare cadere questa poltiglia di tabacco qui al suolo fra i tanti mozziconi gialli di sigaretta. La amo,  non la amo, poco poco, non me ne frega proprio, ...” Si alzò, ma conseguì a mettersi in piedi solo con il secondo scatto di reni; il cestino era stracolmo di involti di plastica e coppette di gelato, in una di queste lasciò cadere il minuscolo resto del sigaro, sospirando. “Se mi compri un gelato – canticchiando a bocca chiusa si diresse verso il lungomare – che sia proprio gelato, con le labbra gelate, sì, sì, a cuore a cuore ti bacerò!” Ecco, questo era parlare chiaro, semplice, diretto: do ut des. Il lungomare era deserto; e il mare non si vedeva né si udiva: era un lungomare senza orizzonti, come i flirt estivi; e quelli che sembravano alberi, erano arbusti cresciuti di “tamerici salmastre ed arse”, recitò fra sé, non ricordando nessuna Ermione in particolare, ma le figlie che gareggiavano nelle minuscole biciclette in un lungomare altrettanto deserto nel sole di primavera. Le amava? Bloody Hell! Aveva avuto un battibecco furioso in inglese, yes!, sull’argomento, con un’irritazione in crescendo perché non vedeva il nesso fra il suo amore paterno leggermente differenziato verso le figlie, e quello scoppio di ira biliosa della sua che? Innamorata? “Figuriamoci se mi odiava! Sei in love con qualcuno, make love con il medesimo, ti scambi worlds of love, e poi gli pianti le dita sugli occhi perchè non ama alcuni come altri avrebbero, long long time ago, dovuto lieben dich! Jesus.” E ricordava come subitamente nel suo dietrofront e allontanamento veloce nella direzione opposta, imprecando in due lingue, si fosse reso conto che lì di amore non ci fosse nemmeno il vuoto a perdere. E l’altra che prima piantava grane, si incazzava, ti sputava più o meno metaforicamente in faccia e poi, poi voleva fare la pace, a letto. Amore: che cosa meravigliosa!
L’aria s’era fatta fresca e umida, l’uomo srotolò le maniche della camicia, ma non le abbottonò; avrebbe fatto un ampio giro, “itinerario B”, per tornare all’appartamento, e avrebbe mangiato della frutta: aveva gola e bocca secche, quasi avesse parlato ad alta voce, ”L’amore certe volte è seccante”, pensò, e rise scioccamente del banale calembour, il che lo fece tossire.
Servono i casi personali? Creano rumore nell’analisi, benchè, ovviamente, il proprio vissuto condiziona, più o meno inconsciamente, non solo le conclusioni, ma la ricerca stessa; fatalmente si cerca la conferma della propria idea, teoria, tesi iniziale, si accumulano giustificazioni, esempi, fatti: “... e la gallina che ripete il suo verso”. Non è la risposta a un problem solving, bensì la giustificazione della propria personale soluzione, che può funzionare, concretamente. Se i sostantivi divenissero verbi, se il dire venisse dal concreto fare espletato, ci sarebbe una comprensione o intelligibilità maggiore, ma la chiarezza, ovvero la unidirezionalità del significato avrebbe sempre la variante della decodificazione del ricevente; è un po’, tanto per capirci, come le traduzioni elettroniche con i loro risibili strafalcioni. “Ma anche l’atto in sé non sfugge a interpretazioni multiple e divergenti, anzi la stessa azione ha motivazioni ambigue, come il monaco del Padiglione d’oro che corre dalla madre in visita perché prima la incontra e prima finisce la visita, o il perverso protagonista dell’Arancia Meccanica, che s’appasiona alla lettura del Vangelo dilettandosi del racconto della crocifissione ... Inanità della conoscenza? La Verità che è un coacervo di verità disparate e talora in conflitto tra loro? E perché io me la devo prendere per l’ottusità o ignoranza o cecità o immaturità o imbecillità altri?”
Espirò prolungatamente quasi che con l’aria che faceva uscire dai polmoni se ne andassero le tossine del suo malessere. “Chi più capisce, più patisce. La nonna aveva, ha ragione; resta la pena e l’irritazione dopo aver gustato il frutto della conoscenza. Cacchio! Com’era simile alla conoscenza carnale, e l’espressione doveva essere nella Bibbia ... la conobbe o qualcosa del genere. Bellissimo; sublime! E la sciagurata rispose. Altra sintesi che è ... è un ipertesto, no, cioè simile a un link ... Rispose ... sciagurata ... conoscenza ...” Gli venne voglia di cantare, gli punse vaghezza di saltare sul muretto che fiancheggiava, basso, il largo marciapiede, ma desistì nella consapevolezza delle ginocchia arrugginite. “I’m just mad for Saffron, Saffron is mad about me, I’m just ... They call me mellow yellow ... Quite right ... Conoscenza! Ed ora che sappiamo tutto, scivoliamo sulle bucce di banana del tedio, della ripetitività, del già etc. etc. Scrivere poesia d’amore a 33 anni, a 44, a ... per la 3ª, 4ª, 8ª innamorata: è possibile? Che amore è mai? Che innamoramento può essere? Che – sogghignò – afflato? I’m mad about Saffron ...” Cantinuò a canticchiare facendo isolati passi di danza intrecciando i piedi, fosse stato con qualcuno si sarebbe esibito, ma solo, nella notte, alla sua età: più pazzo che ubriaco lo avrebbero giudicato; non che se ne importasse, ma l’irritazione che ancora gli pesava nello stomaco lo rendeva propenso a mandare a qual paese qualsiasi persona avesse commentato il suo fare – benchè non ci fosse anima viva .. o perché appunto non c’era pubblico? Yin e Yang; comunque aveva già dato in fatto di pazziare, un po’ di calmo anonimato o calma scialba era da preferire ora, non per stanchezza ma per una certa noia o inanità.
Era già passato sgassando il solito idiota inibito sessuale, poco importa se con o senza una femmina a lato – metti un tigre nel motore e il cervello al macero. Percorse il doppio passaggio pedonale e s’avviò nel silenzio dell’esiguo marcepiede e la penombra di alberi esili che lo costringevano  comunque a passare di sgembo – con tutto lo spazio che avevano avuto a disposizione cinquant’anni prima! Non avrebbe incontrato nessuno di sua conoscenza: a quell’ora o dormivano o sedevano stravaccati guardando torpidi il televisore o sedevano al computer cliccando cliccando ... “Gran bella cosa internet, ma era come il vino: l’abuso intontiva.” Girò l’angolo, la via dei negozi era deserta, le vetrine già oscurate ché ormai l’unico interessato era la guardia notturna; una minuscola pizzeria al taglio ancora ospitava alcuni giovani che parlottavano trascicando esclamazioni. La maggior parte delle vetrine metteva in mostra articoli femminili: non perché le donne amino  far shopping, ma perché godono naturalmente, non è una loro perversione, no, farsi invidiare dalle amiche, conoscenti e sconosciute. Amare/godere: sinonimia o consequenzialità? Se amo, devo godere, e se godo ... forse sto banalmente abbuffandomi di pizza al taglio. “Amore come palliativo, placebo o droga figli-dei-fiori-che-non-pensano-al-domani? Nel dare o nel ricevere? Poiché una cosa è amare e, ben altra, essere amati. Finchè dura; in ogni caso lo stato di grazia, o disgrazia o ottundimento finisce, come le vacanze, e la colpa del ritrovarsi nella quotidianità becera e piatta, che poi è quella di prima dell’innamoramento né più né meno, ricade sullo sventurato e probabilmente innocente partner che non ama più come prima. Me ama, me brama e via di seguito, non volendo rendersi conto che tutto passa e va, non solo, ma che la stessa pappa diaria – caviale o ceci – viene a noia e comunque se ne perde man mano il sentore. Che poi la stanchezza, la disattenzione, la sazietà facciano scoppiare la bolla di sapone, è logico, naturale, inconfutabile. Perché non lo si capisca e quindi ci si rifiuti di accettare la realtà e si faccia sempre e comununque ricadere la responsabilità sull’altro/a, penso sia una deficienza culturale, e linguistica se prendiamo la parola come vettore di concetti, di ideologia. Il dire che presuppone e implica un fare fantasmatico, vagheggiato, etereo, da romanzetto rosa. E già il rosa è trasudante ideologia e condizionamento per l’altra metà del cielo. Che compulsivamente viene a comprare i propri ammennicoli qui. Mese dopo mese; altro mistero: la moda.”
Si fermò a guardare l’ esposizione di bikini nella penombra d’una vetrina – bei disegni ... poi esterefatto si allontanò con uno sbuffo di incredulità: poteva essere che due straccetti costassero quanto un vestito maschile, completo di panciotto?
La gelateria all’angolo stava chiudendo; attraversò la strada. L’orologio-termometro segnava appena un grado in meno di prima, la brezza del mare qui non arrivava. Notte d’estate. Doveva decidersi ad entrare in acqua, ma da solo non trovava alcun piacere: era un mare per giocarci con l’acqua bassa e il fondale di sabbia fine. Giocarci con chi? Figuriamoci se la Regina Madre lasciava il proprio ruolo di polena pinta e ripinta per sguazzare nell’acqua non proprio limpida, mioddio!, del mare. Un’esclamazione di stizza gli increspò la fronte: finale di serata? Sbuffò prendendo le chiavi dalla tasca. Nei gradoni presso l’edificio una coppia giovane stava scombiandosi effusioni allacciata anche con gli arti inferiori mentre un’altra, più in là stava bisticciando animatamente cercando di non alzare la voce. “OM! Yoga o Kamasutra in jeans? Ed ecco lì un altro esempio, un altro anello della sempiterna catena del bisticcio amoroso. Che palle, però! A-mo-re.” Aprì il portone e ne accompagnò la chiusura automatica perché non facesse il solito sgradevole rumore di vetro e ferraglie. Si mise a sbuffettare facendo un po’ anche schiaccare le labbra un motivetto di cui non sapeva la provenienza; schiacciò il bottone di chiamata dell’ascensore. “Anche questa è fatta. - pensò quando fu nella gabbiola – Tenera è la notte; per chi dorme.”
 
Giancarlo Varagnolo
São Paulo, 3 maggio 2014.
·         La canzone citata è di Donovan.
·         L’altra è un surf  cantata da Mina.